Dis-integrazione

Pubblicato sul Corriere.it 

L’Italia non è una nazione meticcia. Ecco perché lo ius soli non funziona

Il governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio». Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro.

Più disintegrati di così si muore.

Giovanni Sartori

Milano 1939: raccolta porta a porta, selezione e riciclo

Nulla si distrugge! questo lo slogan diffuso nel 1939, per sensibilizzare i cittadini alla cultura del riciclo dei rifiuti.

Stiamo parlando della raccolta differenziata porta a porta, sistema adottato per la prima volta in Italia, a Milano, durante il ventennio fascista.

Qui il video, pubblicato dalla trasmissione Report:

Big brother is watching you!

Pubblicato sul Giornale.it

In America è boom di vendite per il libro “1984”

L’opera deve il suo nuovo successo allo scandalo scoppiato dopo le rivelazioni del giovane informatico Edward Snowden, che ha svelato al mondo alcuni dettagli sul programma di sorveglianza dell’intelligence statunitense

Il Grande Fratello, il personaggio immaginario creato da George Orwell nel suo celebre libro “1984”, sta avendo un nuovo successo commerciale alimentato, molto probabilmente, dallo scandalo intercettazioni che coinvolge l’intelligence americana, come rivelato dallo scoop del quotidiano britannico Guardian.

Su Amazon le vendite di “1984” non hanno cessato di aumentare negli ultimi giorni. Il romanzo, pubblicato nel 1949, un anno prima della morte del suo autore, alle 16,30 italiane era uno dei cinque libri più venduti delle ultime 24 ore, ed era balzato dalla 6.208 posizione alla 193esima.

L’opera deve il suo nuovo successo allo scandalo scoppiato dopo le rivelazioni del giovane informatico Edward Snowden, che ha svelato al mondo alcuni dettagli sul programma di sorveglianza dell’intelligence statunitense. Nella società che Orwell descrive, ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo delle autorità.

 

Questioni di priorità…

L’oro nero che in Italia rende poveri

Pubblicato sul Corriere.it

Viaggio in Basilicata. La regione ricca di petrolio dove chi denuncia l’inquinamento finisce in galera – di Antonio Crispino

La Basilicata è la regione più povera d’Italia: dati Istat 2010. La Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale: dati dell’Associazione Italiana Registro Tumori.

In Basilicata le aziende agricole si sono dimezzate nell’arco di 10 anni: dati Confederazione Italiana Agricoltori. La Basilicata ha un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: dati Cgil
«Nella sola Val d’Agri (dove è più intensa l’attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati». La Basilicata ha oltre 400 siti contaminati dalle attività estrattive: dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei rifiuti. La Basilicata è ricca di petrolio: dati Eni.

CHI DENUNCIA VA IN GALERA– In Basilicata si sta tentando di salvare l’ambiente da un presunto inquinamento provocato dai pozzi petroliferi. Per questo si va in galera. Ne sa qualcosa Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia Provinciale di Potenza che per aver segnalato una massiccia presenza di idrocarburi nelle acque del lago del Pertusillo, a due passi dal Centro Oli Eni a Viggiano, è stato sospeso dal servizio, dalla paga e dai pubblici uffici per due mesi, sottoposto a un processo e spostato a guardare le statue in un museo.
Non è andata meglio al giornalista e coordinatore dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti che ha pubblicato la notizia dell’inquinamento. I carabinieri gli hanno perquisito casa da cima a fondo. Pochi mesi dopo, in quel lago sono morti centinaia di pesci.

IL TIRA E MOLLA – Di pozzi nella sola Val d’Agri ce ne sono 39, alcuni a pochi metri da una scuola materna o addirittura uno che sovrasta un municipio. Ma quello a cui si assiste è un imbarazzante tira e molla tra chi dice che è tutto a posto e chi invece sventola dati da far rabbrividire. «Abbiamo trovato 6458 microgrammi/litro di idrocarburi in quel lago che porta acqua potabile nei rubinetti di Puglia e Basilicata – denuncia Albina Colella, geologa e sedimentologa dell’Università degli Studi della Basilicata -. Su undici campioni di sedimenti, ben sette avevano presenza di idrocarburi superiori al limite di riferimento».
Il responsabile del distretto Meridionale dell’Eni, Ruggero Gheller, smentisce qualsiasi collegamento con le attività estrattive: «I nostri impianti sono chiusi, non c’è alcun rilascio di sostanze all’esterno ma soprattutto ogni pozzo è stato costruito dopo autorizzazioni della Regione e sottoposto a rigidissimi controlli da parte dell’Arpab». Tutto vero. Le strumentazioni non hanno mai rilevato niente di importante. Ma come si è svolto il sistema di controlli in questi anni, ce lo spiega bene il nuovo presidente dell’Arpab, Raffaele Vita, in un fuorionda. A lui hanno affidato la patata bollente dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente dopo un’escalation di arresti. «Qui era come al catasto. Sono entrate persone che facevano tutto un altro mestiere e all’improvviso si sono trovati ad affrontare il tema del petrolio. Li ho trovati a scaricare i film dai computer, ho dovuto mettere le protezioni. Eravamo una massa di improvvisati. E la politica faceva tutt’altro che mettere la barra dritta».

25 ANNI DI ESTRAZIONI – Non è un caso che un certa rete di monitoraggio sia stata attivata solo dal 2011 (per stessa ammissione dell’Eni) mentre il petrolio in Basilicata si estrae da circa 25 anni (risalgono al 1981 le prime ricerche di petrolio in Val d’Agri con il pozzo Costa Molina 1). Anni in cui sono passati sotto silenzio tutta una serie di incidenti e anomalie. Che per l’Eni, però, non si chiamano incidenti ma eventi, cose che possono capitare. «Come la fuoriuscita di migliaia di litri di greggio in un bacino naturale per la raccolta di acque piovane il 17 marzo 2002; la nebulizzazzione di 500 litri di greggio il 06 giugno del 2002; l’immissione in aria di ingenti quantitativi di gas inquinanti il 4 ottobre del 2002» ricorda Bolognetti. Oppure la «misteriosa» intossicazione da idrogeno solforato di 20 operai di un’azienda che si trova proprio di fronte il Centro Oli, per i quali fu necessario contattare il centro anti veleni di Pavia.

«Dovete chiedere a chi in questi anni ha gestito il petrolio in Basilicata come hanno fatto a dare certe autorizzazioni» inveisce il sindaco di Marsicovetere Sergio Claudio Cantiani. E’ un medico. Il suo municipio anziché essere sovrastato dal classico campanile, si trova all’ombra di un pozzo di petrolio. «Noi siamo contenti, tutto va bene e andrà ancora meglio quando l’Eni ci pagherà le royalties che ci consentiranno di far fronte ai mancati trasferimenti da parte dello Stato. Per il resto siamo solo vittime delle gestioni precedenti». Andando a vedere chi ha gestito la Basilicata in questi anni, si trovano persone come Filippo Bubbico, presidente della Basilicata dal 2000 al 2005. Nominato tra i dieci saggi del presidente della Repubblica e di recente premiato viceministro del governo Letta, è stato indagato per abuso di ufficio, associazione a delinquere e truffa aggravata e ne è sempre uscito incensurato. Oppure Vincenzo Santochirico, l’assessore all’Ambiente che parlò di «maldestro tentativo di allarmare la popolazione della Basilicata sostenendo che l’acqua destinata ad uso potabile fosse inquinata», promosso prima presidente del Consiglio regionale e poi a grande elettore del Capo dello Stato.

LA STORIA DEL PETROLIO – Ma per capire come è andata la storia del petrolio in Basilicata, basta spulciare la cronaca giudiziaria recente. In quasi dieci anni sono finiti in manette il direttore generale dell’Arpab, il coordinatore provinciale dell’Ente regionale Ambiente, il vicepresidente, tre assessori e un consigliere regionale. Altri otto consiglieri sono stati destinatari di divieto di dimora, mentre sotto inchiesta sono finiti due deputati lucani. E non c’è solo la politica. Nel 2002 sono stati arrestati un maggiore della Guardia di Finanza, un generale dei servizi segreti (Sisde), imprenditori, banchieri, finanzieri. Tutti al centro di inchieste con un unico comune denominatore: il petrolio.

LA DIGA E L’INQUINAMENTO – Al di là di quello che è il balletto dei numeri, siamo andati sulla linea di sbarramento della diga del Pertusillo. A dieci metri di distanza c’è l’impianto che porta queste acque a Bari, Brindisi, Lecce e in parte della Basilicata. Le stesse acque vengono utilizzate in agricoltura. In superficie galleggia un fitto manto marrone, schiumoso e maleodorante. «Non è terreno – ribadisce il tenente Di Bello – Sotto ci saranno almeno altri 60 mt di acqua». Lancia un sasso. Fa fatica ad affondare. Si muove come in una melma, come se fosse petrolio. C’è di tutto, dalle bottiglie di detersivo agli pneumatici. «L’amalgama di tutto sono gli idrocarburi leggeri e i densattivi provenienti dai depuratori che non funzionano». Idrocarburi sono stati trovati anche nel miele delle api. Nessuno osa dire da dove provengano. «Qui nessuno dice che c’è inquinamento. Se vai alla regione ti dicono che è tutto a posto» commenta sconfortata Giovanna Perruolo della Confederazione italiana agricoltori.
Sta di fatto che sui mercati agricoli nazionali i prodotti che vengono da questa parte della Basilicata non li vogliono. «I fagioli di Sarconi erano il nostro vanto, venivano richiesti anche all’estero. Oggi gli agricoltori sono costretti a dire che vengono dalla Cina. Nessuno li vuole perché sospettano la contaminazione». L’elenco delle conseguenze dell’inquinamento è lungo. Parla di animali che non fanno più il latte nelle vicinanze degli impianti petroliferi, vigneti secchi, uva che cresce con una patina d’olio sui chicchi, terreni diventati infruttiferi, pesci che muoiono in massa, pere dal marchio Dop che non coltiva più nessuno. «Ormai ci arrivano solo richieste di pensioni per masse tumorali, l’incidenza delle malattie è altissima». L’Eni paga il 10% di royalties. Il 7% va a Regione ed Enti locali. Il 3% serve a finanziare un bonus benzina di 180 euro l’anno destinata a ogni automobilista della Basilicata. «Peccato che qui il petrolio paradossalmente costa di più che in altre parti d’Italia» rivela Costantino Solimando. Di professione fa la guardia zoofila e appena può va fuori regione a fare benzina. «Il gasolio lo pago 1,60, qui in Val D’Agri è a 1,80. Mi dica lei se non è una presa in giro anche questa».

L’acqua è nostra, non si tocca…si raddoppia.

Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 04.06.2013

Bari, irrigare sarà un salasso costi raddoppiati

BARI – Acqua per l’agricoltura: la Regione raddoppia il prezzo, insorgono gli agricoltori sostenuti dal presidente della Provincia, che si fa portavoce della protesta e spara a zero sugli stipendi dei manager all’Aqp. Il prezzo dell’acqua per uso irriguo in Puglia è aumentato in modo esponenziale, provocando un serio aggravio di costi sulle aziende agricole e zootecniche del territorio, il cui bilancio viene appesantito non di poco.

La giunta regionale – la delibera è stata approvata lo scorso 3 maggio – ha deciso di modificare le tariffe irrigue da applicare agli impianti regionali collettivi di irrigazione in concessione all’Arif (Agenzia regionale per attività irrigue e forestali). Il provvedimento ha quasi raddoppiato il prezzo di base, passando da 0,34 euro a 0,70 euro al metro cubo. L’aumento sarà operativo a partire dalla metà di giugno per la rabbia degli operatori del settore che hanno sollecitato il presidente dell’amministrazione provinciale, Francesco Schittulli, ad intervenire. Che non si è lasciato certo pregare. «Il governo Vendola mette il mondo agricolo in ginocchio per sanare i debiti dell’ennesimo carrozzone regionale, attacca», attacca in avvio di conferenza stampa convocata per denunciare la grave situazione creatasi, peraltro in un momento di crisi che attanaglia il settore al pari del resto dell’economia del Paese.

«In un momento di estrema drammaticità in cui versa l’agricoltura del nostro territorio – incalza il senologo – la Regione Puglia infierisce su una categoria già fortemente penalizzata. L’aumento del prezzo dell’acqua per uso irriguo in realtà serve solo a coprire i costi dell’ennesimo carrozzone creato dallo stesso ente regionale, vale a dire l’Arif, che, per quanto consta, conterebbe più di mille dipendenti con costi di gestione esorbitanti e competenze molto confuse».

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Questo è il messaggio poetico con il quale Vendola in campagna elettorale, aveva fatto della legge per la ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese uno dei suoi punti cardine. 

La poesia è nei fatti e la bugia come prassi.

La globalizzazione uccide anche te. Dille di smettere

Dal blog Girano

Quando una farfalla batte le ali in Occidente, a Pechino arriva un uragano. E’ una massima di dubbia paternità (probabilmente deriva da un libro di fantascienza), ma utilizzatissima da tutti i sostenitori della globalizzazione. Siamo in una economia globale, ci ripetono ad ogni istante. Beh, ce lo ripetevano ad ogni istante. Ora un po’ meno. Perché gli effetti della farfalla cominciano a provocare disastri ovunque. Ed i globalizzatori deficienti – cioé quelli che sposano le cause sbagliate nella convinzione che siano giuste – non sanno più come spiegare il casino che hanno combinato. Mentre gli speculatori, che la globalizzazione l’hanno voluta ed imposta, incassano enormi ricchezze a danno della collettività mondiale. Prima ci hanno spiegato che era giusto fare sacrifici ed anche impoverirci, perché le nostre difficoltà avrebbero permesso l’arricchimento dei Paesi poveri. Poi si sono accorti che i poveri, quelli veri, restavano poveri. Allora ci hanno illustrato l’ineluttabilità della crescita esponenziale dei Bric, trasformati in Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).  Ma adesso non san più cosa inventare. La Cina frena, l’India pure e la Russia anche. Il Sudafrica era stato inserito nell’elenco più per ragioni politiche che per successi economici. Il Brasile tira ancora, ma non si sa quanto pagherà realmente per Olimpiadi e Mondiali di calcio. Ma se la frenata si estende sempre più, gli effetti ricadono anche sui Paesi che si consideravano virtuosi. Il Pil tedesco cresce sempre di meno e si avvicina alla crescita zero. Gli Stati Uniti non si riprendono. Il Giappone, che se n’é fregato delle lezioni internazionali e ha puntato ad una ripresa basata sul debito, ha visto la Borsa di Tokyo crescere del 40% in pochissimo tempo, ma poi frenare a causa della ridotta crescita cinese. Eccola, la globalizzazione. Globalizzazione della povertà e dello sfruttamento. Perché gli impegni, Napo II docet, vanno rispettati. In realtà lo strozzinaggio è vietato dalla legge, ma noi siamo così bravi e legalitari che paghiamo gli strozzini facendo crepare la nostra gente, sempre pioù disperata. E plaudiamo quando un imbecille cattedratico arriva al Festival dell’economia di Trento a spiegarci che, per fare i compiti da bravi bambini, dobbiamo raddoppiare l’Imu e ridurre i salari. Così, secondo lui, favoriremmo le esportazioni. Ma il genio non spiega dove dovremmo esportare, visto che i consumi frenano ovunque. E non spiega neppure come dovrebbero sopravvivere gli italiani, con più disoccupazione, salari più bassi e tasse più alte. Ma il genio, si sa, non conosce la banale realtà degli umani.