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Quel rogo che non si spegne mai

Il 16 aprile 1973 la strage impunita di Primavalle

Quarant’anni fa la notte fu illuminata dal rogo di Primavalle.
Nel quartiere popolare romano si stava consumando l’attentato incendiario contro la famiglia Mattei.
Nel rogo della loro abitazione bruciarono i fratelli Virgilio, ventiduenne, e Stefano, di nemmeno dieci anni.
Mario, il padre, riuscì a mettere in salvo la figlia quindicenne Lucia, mentre i bambini Antonella e Giampaolo vennero tratti in salvo da mamma Annamaria e infine la diciannovenne Silvia riuscì a gettarsi nel vuoto riportando delle fratture.
Virgilio e Stefano rimasero invece imprigionati dalle grate della finestra e si consumarono lì, davanti agli occhi degli astanti, immortalati in una delle più atroci foto della nostra storia recente.
A compiere quella strage un commando comunista, composto in buona parte da facoltosi borghesi che, in nome della “lotta di classe” sterminavano una famiglia proletaria.
Si trattava di aderenti a Potere Operaio, decisi a dare uno strappo, ad imprimere un balzo in avanti che, a quanto si è poi raccontato, non sarebbe stato gradito dai vertici. Non per il crimine in sé ma per l’improvvisazione, la scelta operata indipendentemente dai dirigenti.
Perché, per il resto, Potere Operaio, pur nato dalla considerazione che “l’antifascismo è una battaglia di retroguardia” si era allineato per primo alla svolta del 1971. Quando il Mossad israeliano, in collaborazione con altri servizi dell’Est e del Mediterraneo occidentale, ma comunque in situazione predominante, aveva preso il testimone dei tedeschi occidentali nel controllo dell’ultrasinistra.
Da allora, complici i nuclei partigiani del Pci, si era iniziato a ragionare in termini di pulizia etnica.
Che di questo si trattasse e non solo di un’alzata di capo, lo dimostrarono molti elementi.
Innanzitutto il funerale dei fratelli Mattei venne assaltato a colpi di bottiglie molotov. Un assalto a un funerale…. Ci fu anche questo.
Poi Potere Operaio si mise in azione per l’espatrio dei ricercati.
Quindi l’intera intellighenzia di sinistra si mobilitò a difesa degli imputati, Lollo, Clavo e Grillo, non risparmiando manovre per presentare “faide interne tra falchi e colombe” dell’ambiente missino, complice la stampa e particolarmente Il Messaggero.
Quindi la struttura militare di Potere Operaio, composta da figure che ritroveremo in seguito nelle Brigate Rosse, assaltò a colpi d’arma da fuoco la sezione del Msi di Prati durante il processo a Lollo, assassinando Mikis Mantakas.
Anche in questo caso la solidarietà dell’apparato democratico fu totale e l’assassino di Mantakas riparò all’estero grazie all’intervento personale di un alto dirigente socialista.
Infine la Magistratura: dopo aver assolto in primo grado gli assassini di Primavalle, permettendo così ad Achille Lollo di uscire di prigione, li avrebbe poi condannati non per strage né per omicidio volontario ma, contro ogni senso e fondamento del Diritto, per omicidio preterintenzionale.
Ovvero, come se le due torce umane fossero arse a causa di un accendino dimenticato acceso vicino a un cestino di carta.
Si decretò insomma, anche in fase giuridica, quello che si andava urlando per le strade: “uccidere un fascista non è reato”.
I giustizieri di classe oggi non hanno più debiti con la giustizia italiana essendo prescritta la condanna ricevuta per la loro marachella.
A proteggerli, in lungo e in largo, dall’Italia, alla Svezia al Brasile, centinaia e centinaia di persone influenti e di strutture importanti. Molte delle quali si trovano proprio ora nelle istituzioni, italiane ed estere, e si dimostrano insolenti e arroganti
La notte brucia ancora.

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