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DOVE IL ROGO ARSE. XVII febbraio 1600 – di Benito Mussolini

Non può comprendere Giordano Bruno, chi non conosce — almeno nei suoi peculiari caratteri — l’Umanismo, questa nuova concezione della vita che fra il XIV e il XV secolo insorge contro alla nozione teologica, scolastica, deprimente della rinuncia.
Coll’Umanesimo é l’enorme costrizione medioevale che si spezza: gli iddii pagani che il Galileo << dalle rosse chiome >> aveva cacciati dai templi, tornano a popolare l’Olimpo e dei loro canti s’allegra l’anima degli europei, che nella tensione assidua verso i cieli cattolici, avevano finito per dimenticare e disprezzare la terra. L’epoca della Rinascita si distingue per un ritorno alla natura, per una celebrazione delle forze, semplici, schiette, non ancor contaminate, o rese sterili dalla <<mortificazione » cristiana. Gli uomini si rimettono ad amare la vita; sognano, vogliono che la vita sia una festa e una bella opera d’arte e nella vita ripongono la benefica dolcezza di quei beni naturali che l’antichità aveva tanto adorati, la luce, lo spazio, le ombre, le acque, i fiori.
Gli uomini non ritengono più che il loro corpo sia principio di male, ma stimano che debba armonicamente svilupparsi, e così l’anima non più avvinta dalle dure ritorte del dogma, deve espandersi nella sua triplice potenza di agire, di comprendere, di sentire. Un soffio di giovinezza pervade la vecchia Europa. Due secoli appena sono trascorsi da quando il poverello d’Assisi ha sciolto, pe’ clivi tenui, digradanti della sua Umbria verde, l’inno al fratello Sole e alla sorella Acqua e già la tenebra fitta si rompe.
Da Lorenzo de’ Medici che grida con passionalità l’epicurea

Come è bella Giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia,
Di doman non v’è certezza

all’Angiolo Poliziano colle ballate che ci ricordano gli idilli di Teocrito nella loro ingenua soavità pastorale; da Giovanni Rucellai a Luigi Alamanni; dalla dolce Margherita di Navarra, dal lirismo penetrante, leopardiano quasi, di Villon alla prosa di Rabelais paradossale, quanti segni troviamo della trasformazione profonda operatasi negli spiriti che vissero in quella rinnovata e non men gloriosa Primavera pagana. Le menti si apersero al dubbio, come i cuori si dischiusero alle bellezze della natura. La rinascita ellenica comincia colla filosofia e si chiude coll’arte, la rinascita italica invece prende le mosse dall’arte, per finire nella filosofia. Alla fine del secolo XV, dice Lanson nella sua poderosa Storia della Letteratura Francese, l’Italia offre la curiosità erudita, la bellezza artistica, la delicatezza mondana delle società che trapassano a forme superiori di vita.
Quando nel 1500 si pubblicano a Parigi le Massime di Erasmo tutti gli spiriti eletti che cercavano e attendevano, si sentono come inondati dalla grazia dell’antichità. Il Cattolicismo stesso allenta i suoi vincoli — molti papi ostentano il paganismo — tentando di trasformare la Rinascita, di inghiottirla e servirsene come i predecessori avevano fatto pel moto francescano e la filosofia aristotelica.
Ma allo scopo della Riforma la Chiesa cattolica muta registro, inizia col Concilio di Trento una politica di chiusura, di separazione, e — afferma Prezzolini nel suo Cattolicismo rosso — alla vita interiore si sostituisce il formulario del rituale — allo spirito di tolleranza, una specie di assolutismo morale e ideologico, una morale da lazzaretto.
Potevano gli studiosi disseminati nelle celle solitarie de’ monasteri, o docenti ne’ gloriosi Studi italici, potevano tutti coloro che l’antichità aveva conquistati, assoggettarsi al nuovo regime di violenza? Sorgono in Germania lo scisma, in Italia l’eresia. I filosofi demoliscono la Scolastica e il dogma come aforisma. Tornati virtualmente al paganesimo — alla religione tollerante che aveva nel Pantheon un altare per tutti gli dei di tutti i popoli — gli spiriti liberi del decimosesto secolo si ri-bellano contro qualsiasi limitazione dei diritti del pensiero, contro qualsiasi costrizione o avvilimento dei corpi. Il tempo é venuto in cui non si concepisce una fede che rinuncia al perché, il credo quia absurdum di Tertulliano, ripugna, le nebbie metafisiche dileguano, sboccia quel naturalismo che ci darà più tardi Rousseau.
Non più la macerazione della carne, per la salvezza dell’anima, ma la gioia, l’azione, la conquista. Cosi quando l’Umanismo scientifico e positivo di Rabelais diventa morale e pietista nella lnstitutio chrstianae religionis di Calvino, il culto della natura, della bellezza, la sete d’amore e d’ideale de’ poeti umanisti italici, diviene la rivolta filosofica contro la Chiesa.
E abbiamo una fioritura di homines novi. Dopo il cosentino Telesio che apre il nuovo periodo rifiutando decisamente l’autorità di Aristotile, sostenendo doversi la natura studiare in se stessa, precorrendo Locke nel porre il << senso >> a fondamento della ricerca, incontriamo il barese Girolamo Cardaso, dalle felici intuizioni e dalle ingenuità puerili; Francesco Patrizi che tenta nella Nova Universi Philosophia di fondare un nuovo sistema di conoscenza; il mantovano Pietro Pomponazzi che sostiene il disaccordo assoluto e irriducibile fra la ragione e la fede, nega l’esistenza di un Dio personale e la immortalità dell’anima; Cesare Vanini da Lecce, arso vivo a Tolosa per ateismo nel 1616, che enuncia molte delle idee evoluzionistiche accettate dagli antropologisti moderni, sì che il Canestrini lo mette fra i precursori di Darwin e di Lamarck; il domenicano Tommaso Campanella, che passo ben 27 anni della sua vita nelle sotterranee mude della sacrosantissima Inquisizione; il domenicano Bruno da Nola ….
Con quest’ultimo sembra culminare la tragica battaglia fra il dogma e la ragione, tra la scienza e la fede. Cosi Giordano Bruno — a differenza d’innumeri altri che la Chiesa ha sacrificati — é divenuto il martire del popolo, il simbolo che riassume le nostre speranze — la minaccia eterna per le anime nere che vollero il rogo.

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