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I limiti dell’antipolitica – di Adriano Scianca

Il vento dell’antipolitica che spazza l’Italia da qualche mese a questa parte non rappresenta, di per sé, un fattore di novità in un paese in cui la fiducia del cittadino nei confronti della classe dirigente è sempre stata estremamente bassa. Non senza ragione, almeno tenendo in considerazione gli ultimi 66 anni di vita politica italiota. Gli effetti della crisi e un progressivo involgarimento della politica nazionale hanno fatto il resto, senza tralasciare, peraltro, un ulteriore fattore: il tratto intrinsecamente populistico della politica postmoderna affermatasi, non solo in Italia, negli ultimi 20 anni. Tutto questo porta a un intensificarsi della polemica contro la “casta” che richiede, quindi, una doverosa messa a punto che ci aiuti a inquadrare in modo non superficiale la questione.

– I riti, i volti e i luoghi della liturgia parlamentare, va subito chiarito, non ci hanno mai entusiasmato. A questa democrazia opponiamo ragioni di ordine politico ma anche semplicemente estetico. Eredi della polemica antiparlamentare di matrice dannunziana, marinettiana e mussoliniana, rivendichiamo anzi la primogenitura nell’invettiva contro l’aula sorda e grigia.

– Fermo restando l’orientamento di massima appena espresso (che l’attuale Parlamento tende persino a radicalizzare), non può non insospettirci il quadro generale in cui l’attuale ondata antipolitica tende a maturare. È forte il sospetto, infatti, che le polemiche di questi giorni, lungi dal mettere in discussione “i politici”, tendano a costruire processi sommari verso quella che Schmitt definiva la sfera del “Politico”. Insomma, qui si sta tentando di esautorare la politica in sé con la scusa dell’inadeguatezza e degli sperperi dei suoi esponenti. Il cavallo di Troia del “governo tecnico” che i poteri forti nazionali e internazionali stanno spingendo passa appunto anche per questi canali “culturali”: i politici sono incapaci e spendaccioni, largo agli “esperti”.

– La polemica contro la casta politica – che, lo ribadiamo, ha più di una ragione – tende inoltre a concentrarsi su una parte del cancro antinazionale senza cogliere il tutto. Credere, per esempio, che tutti i problemi della nazione derivino unicamente da quelle 945 persone (630 deputati più 315 senatori) che lavorano tra Montecitorio e Palazzo Madama è a dir poco ingenuo. Rischia, anzi, di incanalare un giusto disagio in un binario morto. Sfugge a questo quadro semplicistico, per esempio, il fatto che accanto alla casta politica esistono altre caste altrettanto e più potenti ma meno attenzionate. I due casi proverbiali sono, in questo senso, quelli della magistratura e del sindacato, due cricche potentissime, irresponsabili e sanguisughe ben più dei politici. Bisognerebbe poi far luce su situazioni tipicamente italiane come quelle dei “faccendieri” o sull’esercito degli “ex qualcosa”, che bivaccano tra favori e privilegi in chiave puramente parassitaria. Scontata poi – almeno da parte nostra – la condanna di tutti gli agenti intenzionali o inintenzionali dell’alta finanza e della grande usura. A confronto di tutta questa marmaglia, gli onorevoli sembrano davvero guappi da quattro soldi.

– La richiesta di una maggiore sobrietà in politica, soprattutto in una contingenza economica difficile, è sacrosanta. Per noi, anzi, valgono sempre precetti etici come: l’unico gallone è l’esempio, l’unico privilegio è il diritto alla prima linea, si hanno diritti solo se prima si onorano i doveri, si ha solo quel che si è donato. Il sogno di una classe dirigente rigorosa, se non spartana almeno “repubblicana” nel senso romano del termine, vicina all’aristocrazia povera di nietzscheana memoria è anche il nostro – diremmo soprattutto il nostro. Nelle usuali polemiche contro la casta, tuttavia, emerge solo il simulacro liberaloide di una tale concezione. È la pericolosa e fallace deriva verso un modello nordeuropeo di efficienza fine a se stessa, veicolo di una politica senza passione, anonima, da ragionieri. Se l’arroganza ostentata e impunita del parlamentare medio italiano fa ribrezzo, la mediocrità del funzionario scandinavo cela in realtà solo un’altra forma di morte del Politico. La politica, tuttavia, non è una funzione sociale come le altre. Ha, ed è giusto che l’abbia, un’importanza centrale nella vita di una comunità.

– Chi si scaglia contro la colonizzazione della sfera pubblica ad opera di “cricche” di privati per nulla intenzionati a lavorare per il bene comune dovrebbe articolare una critica ben più ampia che non quella diretta contro qualche faccendiere e qualche deputato al suo servizio. La natura oligarchica del sistema di potere vigente è infatti strutturale, non contingente. Il rifiuto della dimensione etica e comunitaria del vivere sociale è anzi la sua stessa ragion d’essere. Tutta l’architettura filosofica liberale (peraltro vecchia di più di tre secoli), con le sue assurde favole sul “contratto sociale”, tende unicamente a sottomettere il politico al mercantile, a porre sopra ogni cosa l’interesse dell’individuo, a prediligere il singolo alla collettività, a negare l’idea di bene comune.

Fatte queste premesse, ogni critica dell’attuale assetto istituzionale può avere un senso. Ma che sia critica politica, non antipolitica.

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