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2 agosto 1980. Cronache di un detenuto innocente – di Stefano Dubla

(l’articolo è stato scritto nel 2007)

Una piccola finestra sigillata da cui filtra poca luce, pareti bianche con attaccate foto di familiari e amici, in un angolo una piccola cucina, un tavolo al centro, letti necessariamente a castello e magari anche un televisore. Tutto è rigorosamente in ordine.

Non dov’essere comoda né tanto meno facile la vita di un detenuto: condividere quei pochi metri quadrati con estranei, cercare qualcosa da fare per superare le lunghe giornate magari combattendo con i ricordi o con i rimorsi, ripensando ai propri familiari delusi, al processo da affrontare o alla condanna subita, al futuro segnato una volta usciti dal carcere. Ma il pensiero più ricorrente e terribile, quello che dovrebbe portare al pentimento, va al crimine commesso ed è ancor più terribile se si è costretti a subire la detenzione da innocenti.

Questo è quello che capita a Luigi Ciavardini, 44 anni, sposato con figli, detenuto dal 10 ottobre nel carcere di Regina Coeli prima e successivamente trasferito a Poggioreale. Arrestato per una rapina in banca, avvenuta il 25 settembre 2005, dalla quale lo scagionano le numerose testimonianze di persone che quella mattina assistevano alla presentazione del suo libro, l’esito negativo del riconoscimento da parte della guardia giurata che sorvegliava l’istituto di credito e la misteriosa sparizione del video che avrebbe dovuto inchiodarlo, il nostro è stato condannato a 7 anni e 4 mesi, molto più di quanto richiesto dal pubblico ministero. Ma Ciavardini è un nome che molti, soprattutto i meno giovani, ricordano perché legato ad una delle pagine più tristi della nostra storia.

2 agosto 1980, Bologna. Alle 10,25 un boato stravolge la città. La sala d’attesa della stazione viene squarciata da un’esplosione terribile. Si conteranno 85 morti e oltre 200 feriti.

A differenza di ciò che logica e onestà richiedono, le indagini vanno subito in una direzione, quella dell’eversione nera. L’allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, ha confessato non molto tempo fa di essere stato indotto a dichiarare, subito dopo la strage, che si trattava di un crimine fascista. I depistaggi sono infatti il primo inquietante e vergognoso scandalo legato all’attentato alla stazione di Bologna: il 13 gennaio 1981 viene ritrovata, sul treno Taranto-Milano, una valigetta carica di esplosivo e dei biglietti aerei intestati a esponenti dell’estrema destra. L’opinione pubblica inizia a convincersi che “i fascisti” siano realmente coinvolti nella strage, peccato che la valigia, come confermeranno le successive indagini, sia stata collocata sul treno dai vertici del Sismi, legati alla loggia massonica P2, al fine di depistare le indagini. Ma ora arriva il secondo scandalo, decisamente più inspiegabile: le indagini, dopo l’accertamento dei depistaggi, seguono proprio la strada verso cui i servizi deviati volevano spingerle. In altre parole: il Sismi tenta di inguaiare dei giovani neofascisti, la magistratura lo scopre, condanna i vertici dei servizi e poi? Inguaia quei giovani neofascisti!

Francesca Mambro e Giusva Fioravanti finiscono in carcere. A incastrarli la testimonianza di un galantuomo legato alla Banda della Magliana, ritenuto inattendibile anche da sua moglie, che racconta di aver incontrato i due il 4 agosto per fornirgli dei documenti falsi e che in quella circostanza Fioravanti gli ha confessato di essersi recato alla stazione la mattina della strage vestito da turista tirolese, tanto per passare inosservato, il 2 agosto! Grazie a queste dichiarazioni Massimo Sparti riceve in carcere una visita medica che gli diagnostica un tumore fulminante e gli concede la libertà. La morte di Sparti 25 anni dopo quella visita medica e la misteriosa sparizione della sua cartella clinica dimostrano la falsità della diagnosi.

Francesca e Giusva hanno però un alibi: il giorno della strage erano a Padova, lo può confermare un loro amico, Luigi Ciavardini.

È il 1986 quando dal carcere di Paliano, in provincia di Frosinone, la detenuta Raffaella Furiozzi, diciassettenne di Torino, racconta ai giudici di aver sentito dire che a piazzare la bomba siano stati due ragazzini: Massimiliano Taddeini e Nazareno de Angelis, quest’ultimo deceduto nell’ottobre 1980 in una cella di isolamento in circostanze mai chiarite. Prontamente arrivano ulteriori dichiarazioni di un altro “testimone”, un galantuomo che porta il nome di Angelo Izzo, detenuto per aver seviziato due ragazze, una delle quali deceduta nella violenza, nel famoso massacro del Circeo. Il mostro espone agli inquirenti un semplice ragionamento: essendo Taddeini e de Angelis molto legati ad un’altra persona è ovvio che con loro alla stazione ci fosse anche questo terzo uomo. Che guarda caso porta proprio il nome di Luigi Ciavardini, e a nulla serve un video della Federazione Italiana di Foot-Ball Americano che dimostra che de Angelis e Taddeini la mattina del 2 agosto erano in Umbria a giocare davanti a centinaia di spettatori. I due vengono scagionati, Ciavardini incredibilmente no!

L’alibi di Giusva e Francesca, ormai già condannati, crolla essendo l’unico testimone che può confermarlo diventato anch’egli imputato. Durante il processo al povero Ciavardini viene fuori un ulteriore indizio, ammesso che i precedenti possano ritenersi tali, contro di lui: il giorno prima della strage Luigi avrebbe telefonato alla sua ragazza, che si trovava a Roma, per invitare lei e i suoi amici a non prendere il treno passante per Bologna e diretto a Venezia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, il giorno seguente. Dalla ricostruzione degli inquirenti ben quattro persone, tra cui due di mezza età, sarebbero state a conoscenza di questa telefonata e del suo contenuto, ma nessuno ne ha memoria.

A questo punto la magistratura, acquisite come attendibili le testimonianze pilotate di Sparti e Izzo e le prove inesistenti come la telefonata, può provare al più la connivenza di Ciavardini e non il suo concorso nella strage. Ma ciò non basta e scatta l’ultima molla della trappola.

Secondo gli inquirenti Luigi, latitante per reati commessi in precedenza, il giorno della strage era in possesso di due documenti falsi, uno inutilizzabile perché intestato a un detenuto e un altro intestato a tale Marco Arena. Questo è l’aspetto cruciale dell’imputazione per concorso in strage di Ciavardini, infatti quel documento gli avrebbe consentito di recarsi tranquillamente a Bologna per piazzare l’esplosivo. Tuttavia nelle indagini si è trovata traccia di tutti i documenti falsi utilizzati dal gruppo nei vari spostamenti su tutto il territorio nazionale ma non di quello intestato a Marco Arena, del quale Luigi sostiene di essersi disfatto prima dell’agosto 1980 e a confermarlo è il fatto che in un tamponamento avvenuto il 5 agosto il nostro ha esibito al conducente dell’altra vettura il pericoloso documento intestato al detenuto De Francisci il che dimostra l’assenza del documento Arena.

30 gennio 2000. Bologna. Il Tribunale per i minorenni “ASSOLVE CIAVARDINI Luigi dai reati ascrittigli”. Giustizia è fatta, Luigi viene assolto in primo grado, ne restano altri due ed è difficilissimo che un’assoluzione in primo grado si trasformi in una condanna in appello. È difficile per un imputato qualsiasi, non per Luigi Ciavardini che nel 2003 viene condannato dalla Corte d’Appello a trenta anni di reclusione per il concorso nella strage del 2 agosto 1980.

La sua assoluzione infatti costringerebbe a rivedere il processo a Mambro e Fioravanti e soprattutto spingerebbe a indagare in altre direzioni, che porterebbero alla rete terroristica Separat come al “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” e a un patto segreto tra Aldo Moro e i terroristi palestinesi che permetterebbe a questi ultimi di trasportare armi sul territorio italiano in cambio di “protezione” da eventuali attentati. Piste, queste, che sono state ampiamente battute da varie inchieste giornalistiche, esemplare quella di Gian Paolo Pellizzaro sul mensile Area e reperibile sul sito http://www.area-online.it, e in vari libri come il fresco di stampa “Storia Nera. Bologna la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti” di Andrea Colombo, comunista ex militante di Potere Operaio, o “La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto” del giovane Gianluca Semprini, anch’egli di sinistra.

Il seguito della vicenda giudiziaria di Luigi è cronaca recente: l’arresto il 10 ottobre 2006 a piazza Fiume mentre si recava al lavoro e l’accusa di concorso nella rapina del settembre 2005, la solidarietà di insospettabili come Rossana Rossanda del Manifesto o Paolo Mieli del Corriere, la condanna a 7 anni e 4 mesi finalizzata esclusivamente a presentarlo come criminale incallito davanti alla Suprema Corte di Cassazione che l’11 aprile lo condanna a 30 anni di reclusione non per aver portato la bomba nella stazione, né tanto meno per avervi accompagnato Francesca Mambro e Giusva Fioravanti come sostenuto nei precedenti processi ma semplicemente per aver fornito loro documenti falsi.

A 27 anni dalla strage, 85 vittime restano senza giustizia, 3 innocenti hanno subito la condanna più infamante e più infame della storia d’Italia, uno solo di loro, Luigi Ciavardini, è detenuto in regime di massima sicurezza al punto da essere scortato come un boss mafioso e incatenato come un capretto il giorno dei funerali della sua mamma.

A 27 anni dalla strage, tornano attuali le parole pronunciate dall’On. Luigi Cipriani, deputato di Democrazia Proletaria, un partito collocato a sinistra del PCI, nel lontano 1990: “Signor presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere STRAGE DI STATO!”

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  1. 2 agosto 2011 alle 23:20

    Vogliamo la verità!

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