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Val d’Ala 200 – Due mesi che valgono una vita…anzi 30

di Andrea Antonini, vicepresidente CasaPound Italia

C’è qualcuno che la vita non la vive, la affronta. Gente che freme, di rabbia, di gioia, di impazienza, di dolore, di amore. Qual’è la differenza con tutti gli altri, mi chiederete voi. Semplice: la gente di cui parlo è in grado di provare tutti questi sentimenti nell’arco di una sola giornata. La gente di cui parlo brama essere travolta dalle sensazioni forti, quelle che ti atterriscono e che ti proiettano tra le stelle.

Capita, a questa gente, la mia gente, di vivere, in meno di 2 mesi, tante di quelle avventure, di quegli eventi, da rendere pressochè impossibile il loro racconto in poche righe.

Tutto inizia il 5 aprile, giorno in cui CPI decide di occupare una scuola in stato di abbandono nel quartiere di Montesacro, la Parini; l’occupazione si prefigge lo scopo di fornire un tetto a 17 famiglie italiane e romane in stato di grave emergenza abitativa.

L’occupazione in questione tuttavia viene intesa dai locali rimasugli dell’antifascismo come una provocazione; il fatto che la scuola sia piuttosto vicina all’abitazione dove venne ucciso in circostanze misteriose ed a tutt’oggi da chiarire il militante comunista Valerio Verbano – correva l’anno 1980 – rappresenta per questi signori un inaccettabile affronto. 

A meno di 6 ore dall’occupazione si scatena il circo mediatico. 

Gli antifascisti fuori tempo massimo indicono un presidio contro l’orribile presenza, nel “loro” quartiere, di 17 famiglie in stato di grave emergenza abitativa. Le forze di polizia, al pari delle varie rappresentanze istituzionali accorse in massa, rievocano lo spettro degli anni di piombo ed il quartiere vive la sua giornata di caos e tensione. 

Solo il senso di responsabilità degli occupanti – organizzati da CPI – evita il peggio, ma il volto pacifico degli antifascisti romani è visionabile a questo indirizzo:

Sia ben chiaro, non è che lorsignori abbiano scelto di prendere di sorpresa tutti – noi, forze dell’ordine, ecc. – al fine di provvedere a quell’operazione di giustizia popolare più volte paventata; hanno annunciato un presidio su internet, così da avere la certezza matematica che i “pericolosi squadristi di CPI” non potessero avvicinarsi, ma questo sarà un copione ricorrente nei giorni a venire. 

L’unica pecca del ragionamento è che i “pericolosi squadristi” non hanno alcun interesse ad avvicinarsi a loro, presi come sono dal tentare di garantire un tetto alle migliaia di famiglie romane strozzate dalla speculazione edilizia e dall’inerzia delle istituzioni.

Insomma, dicevamo, CPI decide di non alimentare un clima d’odio creato ad arte dai teorici della lotta di classe. Così l’occupazione di Montesacro si sposta a via Val d’Ala 200, quartiere Prati fiscali, confine con il secondo Municipio, in uno stabile privato abbandonato da anni ed in stato di totale fatiscenza.

La mattina del 6 aprile le 17 famiglie, divenute 30 quando la voce dell’occupazione si è sparsa per il quartiere, entrano nella palazzina ex Acea di proprietà della cassa dei ragionieri.

L’atto di distensione tuttavia non produce i frutti sperati. 

Il giorno successivo un nuovo presidio, al quale partecipano una trentina di esponenti dei 4 centri sociali occupati nel IV Municipio – una vera rivolta di popolo… – e tollerati dalla guida politica di quel territorio, è indetto per fronteggiare la grave emergenza democratica, questa volta rappresentata dalle 30 famiglie occupanti di Valdala 200.

Il fronteggiamento non sfocia in scontri, anche e soprattutto perchè le decine di militanti di CPI scelgono di rimanere all’interno del palazzo, rinunciando alla possibilità di far fare un paio di giri del palazzo, di corsa, ai propri oppositori, i quali tuttavia non perdono l’occasione per incendiare, sulla via del ritorno, qualche cassonetto e danneggiare qualche autovettura parcheggiata; gesti rivoluzionari che ne connotano la carica ideologica e che causeranno 17 denunce tra le loro fila.

Non finisce qui. La parola d’ordine in voga tra le forze finte antagoniste e quelle semi istituzionali – PD, SEL ed IDV – diventa: ordine pubblico. La strategia è precisa: alle prime il ruolo da provocatori, alle seconde quello di denuncianti eventuali risposte, vere o completamente inventate, che dovessero giungere dagli occupanti.

I due mesi di occupazione procedono così tra scaramucce continue – per ben due volte gli antagonisti della pagnotta denunceranno aggressioni identificandone la matrice, salvo poi rimangiarsi tutto -, comunicati stampa di partiti e partitini in vena di piaggeria nei confronti dell’antifascismo da poltrona, interventi più o meno concilianti da parte delle forze dell’ordine.

Due mesi in cui decine di militanti, moltissimi dei quali giovanissimi, si alternano a Valdala per fornire protezione al palazzo ed ai suoi occupanti. Due mesi in cui decine di ragazzi consumano in un quartiere di Roma la propria esistenza. 

Accadimenti che avrebbero fatto retrocedere tanti: un attentato – la matrice è a tutt’oggi da accertare – a colpi d’arma da fuoco concretizzatosi in due proiettili finiti nella gamba del sottoscritto; la morte di Mozzo, giovane militante del Blocco Studentesco caduto, a seguito di incidente stradale, dopo una lunga, partecipata e commoventissima degenza all’ospedale Gemelli. Un attentato dinamitardo, con annesse scritte di minacce, al portone del palazzo dove Zippo vive con la propria famiglia.

Non posseggo gli strumenti linguistici per descrivere gli sguardi dei miei familiari, dei miei fratelli e di buona parte dei miei colleghi in consiglio municipale, accorsi all’ospedale dopo il mio attentato. 

Non posso raccontare la sensazione provata nel vedere decine di ragazzi studiare, ridere, confidarsi e tirarsi vicendevolmente su di morale in un corridoio del Gemelli, quando l’unica speranza era che Mozzo potesse risvegliarsi da un sonno giunto repentino ed inatteso. 

Posso solo immaginare la reazione della famiglia di Zippo quando ha visto il nome del proprio figlio sbattuto sui giornali come fosse un mostro e dopo l’attentato dinamitardo compiuto nottetempo sull’ingresso del palazzo dove vive – questa è la circostanza più odiosa – assieme alla sua famiglia.

Non riesco a spiegare tutto questo e tanto altro. 

La violenza nei confronti di chi non si adegua alle regole scritte dai cultori dell’odio e della vendetta, la determinazione di chi, costi quel che costi, non cede un passo, l’ignavia dei tanti spettatori – compiaciuti, spaventati o semplicemente attoniti davanti ad una contrapposizione che non ha più nulla di canonico, ma che ricorda lotte e battaglie dal sapore antico, quasi mistico, certamente non riconducibili agli standard moderni, soldi e potere – coinvolti, loro malgrado, nella secca rottura dello status quo, la purezza ed il coraggio di chi ha potuto e , soprattutto, saputo apprezzare la ferma, incondizionata e disinteressata fede in un progetto politico che diviene visione spirituale della vita, della Nazione, della Comunità; tutto questo hanno significato i due mesi a Valdala.

Risultato finale? Nel corso di una apposita riunione del Comitato permanente per l’ordine e la sicurezza, Prefetto e Questore invitano il Sindaco della Capitale ad attuare qualsiasi strumento utile a determinare una uscita incruenta dalla situazione creatasi per l’intolleranza di qualcuno. 

CPI abbandona Valdala: lo spazio e la funzione politico/sociale verrà garantita dall’assegnazione di due casali rurali – sempre nel IV Municipio – con annessi tre ettari di terra per un progetto di auto-recupero agricolo ed abitativo. Quel luogo immerso nel verde della Marcigliana diverrà “Forte Mozzo”. 

Lo stato di emergenza abitativa nel quale versano le 30 famiglie di Valdala sarà risolto, entro 60 giorni dalla firma di un protocollo di intesa, attraverso la loro collocazione in strutture idonee ad accogliere famiglie italiane che non accettano di crescere i propri figli in gironi danteschi coltura e culla di degrado e delinquenza.

Anche in questo caso la stella polare della nostra marcia, non mancherà di indicare il cammino: “L’AZIONE ha ragione e sfonda i cancelli sui quali è scritto VIETATO”.

Del tanto che resta, impossibile non citare il murales che i camerati hanno realizzato per Mozzo a Perin del Vaga, nella piazza della “sua” sezione: “IL NOSTRO E’ UN FUOCO CHE NON APPARTIENE A QUESTA TERRA”. 

A MOZZO.

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