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La sinistra fascista e il «nuovo fascismo»

Tra le varie «anime» del movimento fascista, la corrente «sinistra» fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.

Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).
Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.
Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana al pari di Francesco Perfetti, Emilio Gentile e Guglielmo Salotti, nonché relatore di recente a CasaPound per una conferenza su Nicola Bombacci, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla «grande crisi» a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.
È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali «un forte e consapevole spirito antiborghese», «una polemica contro il modello capitalistico di produzione», «un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali», «una interpretazione della politica come rivoluzione» e il «rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana» (pp. 17-18*).
La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour, il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il Risorgimento mazziniano e garibaldino fu, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
Altro precedente e mito costante dei «fascisti rossi» fu il Sindacalismo Rivoluzionario, di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che da alcuni fu indicata (ma non senza polemiche) come uno dei precedenti del Corporativismo.
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