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‘Diario di viaggio dal Kosovo’, Gianluca Iannone racconta la missione di CasaPound Italia e l’Uomo libero tra i serbi di Pristina

Roma, 27 dicembre – Il Kosovo soffre di una cronica mancanza di energia, e a farne le spese sono in primo luogo le minoranze non albanesi che, dalla fine della guerra, vivono in uno stato di insicurezza costante: da un lato vittime di forti tensioni sociali di stampo etnico che sfociano quasi quotidianamente in atti di violenza, soprusi e ingiustizie, dall’altro ostaggio dell’ente albanese che gestisce la rete elettrica del paese.

Negli ultimi inverni, come in quello appena cominciato, molti villaggi sono stati costretti a subire la mancanza di corrente elettrica per periodi prolungati: case, scuole, ospedali sono rimasti senza energia anche per settimane, con le conseguenze facilmente immaginabili in termini di sicurezza e qualità della vita. E’ il caso ad esempio di Osojane e Kosovska Kamenica, le due enclavi dove è nato ‘’Accendiamo la speranza’’, un progetto portato avanti dall’associazione l’Uomo libero in collaborazione con il Ministero per Kosovo e Metohija (Belgrado), l’Ambasciata Serba in Italia, la Comunità Giovanile di Busto Arsizio, la scuola primaria ‘R.Tasic’ di Osojane e l’ospedale Gnjilane di Kosovska Kamenica.

‘’Accendiamo la speranza’’ intende offrire un aiuto concreto alle minoranze del Kosovo attraverso la fornitura di generatori elettrici proprio alla scuola di Osojane e all’ospedale di Kosovska Kamenica perché rendere autosufficienti dal punto di vista energetico queste due strutture significa innanzitutto garantire il pieno esercizio dei diritti umani delle minoranze etniche, e in particolar modo di quelli relativi alla salute e all’educazione.

E’ nell’ambito di questa iniziativa che domani parte una missione per il Kosovo di CasaPound Italia e dell’Uomo libero: poche persone, armate solo di coraggio e della voglia di conoscere dalla viva voce di chi le abita la drammatica situazione che stanno vivendo le due enclavi serbe in terra kosovara. Della delegazione in partenza fa parte anche il presidente di Cpi Gianluca Iannone, e sarà lui a raccontare nel suo ‘Diario di viaggio dal Kosovo’ le storie di queste minoranze vessate e le realtà complesse della ex Jugoslavia – da Belgrado a Pristina, passando per Sarajevo – attraverso testi, immagini e interviste.

 

I puntata, Belgrado

“Belgrado è stata definita moderna, trendy, metropolitana, underground, grintosa e pulsante. Belgrado è infatti una grande capitale culturale ma anche una città ricca di occasioni di svago e con una vivace vita notturna. Una capitale dall’architettura confusa ma interessante a metà tra lo stile socialista e lo stile bohemiene della dominazione austroungarica”. Questo è quello che dice la guida turistica di Belgrado. Forse quello che ci sta raccontando è quello che tutte le guide turistiche dicono di ogni città d’Europa. Quella stessa Europa un po’ stanca, distratta e facchina che abbandona tanto i suoi figli quanto il loro stesso diritto al futuro.

Stamattina abbiamo avuto un appuntamento con i funzionari del ministero serbo per Kosovo & Metohija. Ci hanno illustrato la situazione in cui versano i loro connazionali residenti in Kosovo e abbiamo condiviso le modalità con cui essere utili. Siamo qui per “riaccendere la speranza”, ambizioso progetto lanciato dalla onlus “l’Uomo Libero”, dalla  Comunità Giovanile di Busto Arsizio e da CasaPound Italia, che prevede come prima fase l’installazione di due generatori elettrici all’interno di due enclavi serbe: presso la scuola primaria di Osojane e presso l’ospedale di Kosovska Kamenica. Entrambe le realtà versano in una situazione drammatica dovuta alla volontaria interruzione di energia elettrica da parte delle autorità albanesi. L’incontro è stato molto positivo e ha gettato le basi per una maggiore collaborazione nell’immediato futuro. Collaborazione che inizia sin da subito in realtà, con la messa a dispozione di una guida e di un interprete per la nostra spedizione conoscitiva di domani.

La giornata è andata avanti a lungo. Subito dopo questo incontro istituzionale, con i miei compagni di viaggio – Stè, Giò e Fà – abbiamo fatto una lunga passeggiata per il centro della città partendo dalla fortezza di Belgrado, che si affaccia nel punto in cui il Sava e il Danubio si incontrano. Una fortezza che ha affrontato 115 battaglie nel giro di cento anni … e 115 battaglie sono davvero tante, anche se “diluite” in cento anni… Ma la fortezza regge, eccome. In compenso il resto della città è sommerso nella neve.

A dieci anni dai bombardamenti dei liberatori, la città gode di uno stato di apparente rinascita. Pochissimi sono gli edifici ancora devastati. Ma per il resto la passeggiata per il centro non colpisce più di tanto la nostra attenzione: solite marche, solite griffe, soliti stili o imitazioni occidentali. Quello che ci colpisce però, e non poco, è l’incontro fissato verso le 16 a casa di un’intellettuale. Una ex comunista delusa, per sua stessa definizione, una serba che per trent’anni ha vissuto a Roma e che parla perfettamente italiano…

“E come mai ha vissuto a Roma?”, le chiediamo.

“Per amore di mio marito – spiega – era salernitano, e quando è morto nel 2007 sono tornata qui… Abbiamo vissuto per tanti anni in zona Laurentina… ed era un vero comunista”…  ”Ma i bombardamenti in Serbia furono spalleggiati/approvati da D’Alema, Bertinotti…”

“Traditori, vermi. Servi del capitale nella migliore delle ipotesi”.

”Come vede la situazione nel Kosovo?”

“La vedo drammatica… Il governo serbo è completamente disinteressato a tutelare le minoranze serbe!”

“E’ un’affermazione molto grave, perché mai dovrebbe essere così?”

“Sono 250.000 i profughi serbi fuggiti dal Kosovo. Voi avete mai visto Krajevo? Bene, io l’ho vista! Più di 20.000 persone buttate là, senza più una storia, senza più un futuro. Disperati, spogliati di qualsiasi cosa, abbandonati al loro infame destino… Molti di loro piangono di continuo, si strappano i capelli. Sembrano pazzi, e forse lo sono diventati davvero”

“A dieci anni dai 78 giorni di bombardamento, come vede la situazione attuale? Ci sono movimenti, gruppi? Qual è l’aria che si respira in strada?”

“Disinteresse, apatia, frivolezza. Giovani e vecchi sono rassegnati, i pochi gruppi che si oppongono e parlano di sovranità nazionale vengono perseguitati…”

“In che senso vengono perseguitati?”

“E’ vietato ogni tipo di manifestazione in piazza. Non si può attaccare l’America, né la sua politica coloniale. Qualche volta mi è capitato di frequentare un gruppo, insieme ad altri vecchi come me ma anche insieme a giovani dal cuore puro: si chiama “1389”. Ebbene, il suo responsabile, Rade Lubicic, è stato preso e portato in carcere proprio durante una manifestazione nazionalista: la polizia è arrivata dicendo ‘la manifestazione è annullata adesso!’, lui ha giustamente fatto notare che semmai doveva essere annullata il giorno prima e lo hanno portato in carcere. Per 15 giorni”

“Incredibile… Ma è sicura?”

“Sono sicura eccome. Come sono sicura che il capo di Obras (‘la faccia’, tradotto in italiano) rischia -, notizia dell’altro ieri – fino a dieci anni di reclusione”.

”Siete coraggiosi ad andare in Kosovo! E con questo tempo poi…”, aggiunge.

Sorridiamo e iniziamo a fare qualche altra domanda, incuriositi da questa donna molto snella e affascinante…

“Ma come un’intellettuale di sinistra che attacca il gay pride?”

“Vedete, non è questione di omofobia. I miei figli frequentano l’accademia di danza, hanno amici omosessuali che frequentano casa mia. Qui il discorso è diverso. L’omosessualità è sempre esistita, ma il gay pride è un diktat del pensiero unico. E’ una sottomissione culturale, è una pallottola in testa, è una ridicola danza intorno alle macerie”.

Mi fa strano sentire queste parole da una bella signora attempata e gentile di idee diverse dalle mie: nella sua casa nel cuore della vecchia Belgrado, dove i muri sono stracolmi delle foto dell’amore perduto e dei tanti libri, mi fa davvero strano. Mi guardo con gli altri e mi scappa un sorriso. Chissà cosa penserebbero delle parole di questa elegante signora – più vicina a loro che a noi, almeno sulla carta – i ‘compagni’ di casa nostra. Mi torna in mente quel vecchio film in cui Renato Pozzetto, operaio comunista, difendeva il gay Massimo Ranieri, venendo picchiato e minacciato dalla sua stessa classe operaia… Un altro pensiero va a Pier Paolo Pasolini, cacciato dal Pci proprio perché omosessuale. E tutto questo mi fa riflettere sul cambiamento dei costumi, sulle prese e sulle perdite di posizione.

“Mi spiega perchè il Kosovo è diventato albanese?”

Mentre inizia a rispondermi, sul suo viso compare come una smorfia di dolore …”Hanno vinto per la natalità. Fanno molti più figli di tutti i serbi nel Kosovo. Anche per una politica demografica scellerata. E contribuì pure Tito, facendo da padrino ad ogni decimo figlio nato da coppia albanese residente in Kosovo…”

Vorrei introdurre le mie conclusioni sul fallimento dell’ipocrisia marxista-leninista, sui deliri della classe operaia e sulle farneticazioni dell’uguaglianza. E’ evidente che la razza, intesa come spirito sangue terra, è superiore rispetto al concetto di classe. Ma taccio. In questa casa c’è già stato tanto dolore. E mentre sto per fare un’altra domanda lei attacca: ”Lo sapete che ci sono uccisioni all’ordine del giorno in Kosovo? Lo sapete che lì ci sono padri e madri di famiglia che spariscono ogni benedetto giorno? Avete visto in Italia il servizio del Tg2 sul traffico di organi? Lo sapete che la base Usa più grande d’Europa si trova propio nel sud del Kosovo?”

“No, forse non lo sappiamo, ma domani andiamo a vedere con i nostri occhi”, rispondiamo.

“Siete coraggiosi ad andare in Kosovo, con questo tempo poi…”

“Secondo lei l’abbandono della comunità serba in Kosovo può essere legata a un futuro ingresso della Serbia nell’Unione europea?”

“Così dicono, ma è un mero ricatto. E’ un distrarre”, dice.

Poi si alza: ci porta la pita calda con formaggio e verdura, è buona. E ci regala un libro scritto in duplice lingua. “‘Cuore di Lupo’ si chiama. L’ha scritto una ragazza di Roma che ha preso a cuore la causa serba e le sta dedicando tutte le sue forze”, spiega la bella signora. E’ una ragazza comunista, ci dice, e noi sorridiamo. Perché a noi questo non interessa.

Leggerò il libro nei prossimi giorni e se sarà bello e se lei sarà d’accordo vedremo di presentarlo a CasaPound. Ce ne andiamo a malincuore: avevamo ancora milioni di domande da fare, ma abbiamo un appuntamento e questa volta è per una festa tradizionale in un ristorante del centro. I serbi sono cristiani ortodossi osservanti della “chiesa” serba. Non c’è un Papa: sono ortodossi appunto, come ortodossi sono i greci, i copti, i russi e così via… è un bel manicomio seguire le religioni, non c’è dubbio. Soprattutto nei Balcani. Resta il fatto che la festa più importante in Serbia è il primo dell’anno, che viene anticipato da 6 settimane di “fast” che in inglese sarebbe digiuno e poi digiuno non è. Il digiuno qui inteso è cristianamente parlando: quindi non si mangia carne ma solo pesce e verdure. Da quanto abbiamo visto però si beve… e pure assai, anche se in concordia e avvolti nella musica…

Quando arriviamo alla festa ci troviamo di fronte a centinaia di persone sedute a tavoli imbanditi: battono le mani a tempo, bevono Kruscha (grappa), vino, birra e ballano danze tradizionali serbe. Con tanto di orchestrina, che poi orchestrina è per modo di dire visto che c’è il fior fiore di cantanti e musicisti di Belgrado, e poi violini, chitarre e fisarmoniche. Noi restiamo così, senza parole, in una danza balcanica coinvolgente dove ogni canzone dura minimo ventisette minuti e dove donne, uomini, ragazzi giovanissimi, TUTTI cantano a squarciagola le canzoni. “Sarà stata la guerra a farli unire così?”, penso. E poi mi sento e ci sentiamo come catapultati in una scena di un film: stiamo scattando una nostra foto con il 3, il saluto serbo, e inizia a suonare una canzone sul Kosovo. Tutti si commuovono, e si commuovono sinceramente, e noi ci troviamo avvolti dagli applausi e dai loro sorrisi. Grande emozione. Ma dobbiamo andare…

Bella giornata, bella serata.

E domani andiamo a vedere quello che c’è da fare. (CONTINUA)

 

II Puntata, Kosovoska Mitrovika

Sono piu di dieci ore che siamo in automobile. Ste’ non ha voluto il cambio: è da Belgrado che guida in queste strade tutte uguali in direzione Kosovoska Mitrovika. Ci siamo fermati un’oretta per mangiare. Un posto assurdo nel bel mezzo di un grande abbandono: un bar&ristorante spuntato dal nulla mentre percorrevamo questa vasta e brulla pianura. E’ del tutto spoglio: fuori quattro colonne in cartongesso che reggono una tettoia di ferro, all’interno mobili di finto legno pressato e sedie di ferro pesante. Entriamo e ci viene incontro una signora dai capelli nerissimi che con un sorriso logoro ci invita a sederci. In fondo alla sala c’è quello che dovrebbe essere il marito. Neanche ci degna di uno sguardo, intento com’è a fissare la televisione e i suoi film dalla fotografia anni ’60. Mangiamo il piatto tipico del posto, il Meso, che è un insieme di pezzi di carne di maiale, pollo e qualcos’altro non ben identificato cotto alla brace e servito con le patate fritte. Quando paghiamo e facciamo per uscire la signora ci sommerge di biglietti da visita. ”Sì, certo, torneremo”, pensiamo, e sorridiamo mentre l’automobile riparte verso la meta.

Ore e ore di viaggio, di sonnecchianti spostamenti di testa, di battute irriverenti e di sigarette fumate guardando il paesaggio. Siamo partiti questa mattina alle 9.15 dall’albergo di Belgrado e adesso che sono le 18 ci troviamo in fila a quello che gli albanesi kosovari chiamano la dogana e che i serbi e i serbi kosovari chiamano la linea amministrativa. Le parole sono sempre importanti e in una situazione del genere assumono l’importanza politica e culturale dell’appartenenza e del diritto. I serbi infatti non accettano – e a ragione – l’indipendenza del Kosovo albanese proprio perché la vedono come una prevaricazione, un’enorme ingiustizia orchestrata dagli Stati Uniti per immettersi in modo strategico e definitivo in un punto fondamentale di scambio e di controllo nel cuore dell’Europa, utilizzando un governo fantoccio di terroristi e banditi. Il suo capo, Hasim Tachi, è soprannominato IL SERPENTE, dal nome di battaglia usato durante la pantomima criminale dell’Uck.

Lungo il viaggio abbiamo fatto una piccola deviazione per visitare il monastero di Studenica, straordinario esempio di architettura medievale, celebre per le pareti in marmo bianco liscio della chiesa principale. Pochi chilometri dopo ecco il controllo passaporti… ”Siamo dei  cultori delle abbazie e dei monasteri che si trovano in zona. Siamo in Kosovo per turismo”. Il soldato della K-for che ci ha chiesto il motivo della visita ci dice di accostare. Parla perfettamente italiano, è del contingente maltese, ha la barba e un passamontagna nero arrotolato sopra la fronte. ”Andate diritti verso Mitrovika, non vi fermate per nessun motivo al mondo, tenete chiusi i finestrini e non parlate con nessuno, ci sono in giro banditi albanesi che attaccano i turisti”, ci spiega. ”Va bene grazie”.

Rispondiamo, ringraziamo e ripartiamo.

Appena arrivati in città ci accorgiamo immediatamente della naturale diffidenza della popolazione. Alla richiesta di informazioni la gente non risponde male, solo ti guarda come se avessi detto o chiesto la cosa più terribile del mondo, si gira e se ne va. ”Devono essere molto incazzati in questa città”, penso tra me. E infatti Kosovoska Mitrovika è una città unica nel suo genere. E’ perfettamente spaccata a metà: a nord ci sono i serbi, a sud gli albanesi. E sapete la cosa che più di tutto mi ha colpito? Che a simbolo di questa divisione non c’è un muro, una trincea, un pullman incendiato messo di traverso, o una cortina. C’è un ponte.

Controllato 24 ore al giorno dai jeeponi dei soldati greci della K-for e dai pickup di Eulex, la missione europea per il ripristino del diritto e della legalità in Kosovo, questo simbolo dell’attraversare, dell’andare incontro, dell’unire è in realtà l’emblema della divisione profonda e irricucibile di due comunità: di qua i serbi con le loro bandiere, i loro caratteri, le loro croci ortodosse, di là gli albanesi con i loro simboli. Intorno, un mare di automobili senza targa. E sì perché se una macchina con targa serba va dall’altra parte del ponte viene crivellata di colpi e la stessa cosa accade se ad attraversare è una vettura con targa albanese. E a sparare non sono soldati regolari ma i cittadini, che mai hanno deposto le armi. Né da una parte né dall’altra.

Togliere la targa è la soluzione più semplice per evitare problemi. Così può capitare di vedere all’imbocco del ponte un tassinaro – che la targa la deve avere per forza – scendere dal suo mezzo, svitare la targa albanese, montare quella serba e attraversare il ponte. Benedetto lavoro.

La giornata – molto stancante – si conclude con l’incontro con la nostra guida, che domani ci porterà in giro per vedere le prime enclavi. Appuntamento alle 7 30 di mattina, rientro previsto alle 20 di sera. Un’altra bella giornata sta per iniziare.

 

 

III puntata, l’enclave di Osojane

Siamo appena tornati in albergo. Sono le 19 passate da una ventina di minuti e la stanchezza della giornata inizia a farsi sentire. Questa mattina siamo partiti subito dopo colazione e ci siamo diretti verso l’enclave di Osojane. Sul furgoncino messoci a disposizione dal ministero di Kosovo e Metochia siamo noi quattro, Sasja – l’interprete -, l’autista e un funzionario del governo serbo addetto al controllo e al sostentamento di queste zone.

Percorriamo la strada – obbligata – che congiunge Mitroviska con Pec. E’ una strada particolare perché fu lungo questa statale che Adem Jasari, il capo della rivolta albanese, iniziò la sua sanguinosa carriera nel 1995, assassinando civili e militari serbi di passaggio. Nel 1999 i serbi costrinsero Adem Jasari ad asserragliarsi nel suo “castello” e lì lo uccisero insieme a 30 fedelissimi ma questo non bastò a interrompere la mattanza: la via ha continuato a macchiarsi di sangue fino al 2005. A quanto riferitoci dalle autorità serbe nei 10 anni che vanno dal 1995 al 2005 su questa strada maledetta sono stati assassinati in media oltre 300 serbi in uniforme all’anno. Una statistica agghiacciante: quasi una vittima al giorno senza che per questo nessuno abbia mai pagato.

Mentre ci raccontano questa storia sulla destra spunta un monumento commemorativo dell’Uck con tanto di 9 tombe di 9 “martiri” della rivoluzione albanese-kosovara. Qua siamo già in territorio “albanese” e queste cose sono più che frequenti. Mentre ripartiamo e do un’ultima occhiata all’immagine di Adem Jasari raffigurato come il padre della nuova nazione mi torna in mente un film holliwodiano di qualche anno fa, di qualche anno prima della guerra del Kosovo. E, come spesso succede nella strategia della comunicazione politica Usa imbevuta di poteri forti e segnali criptici, mi rendo conto di come tutto fosse già stato scritto prima che avvenisse.

Chi ha visto “Sesso & potere” non può non rendersi conto di ciò che parlo: il presidente degli Stati Uniti inciampa in uno scandalo sessuale per una notte di sesso sfrenato con una stagista. Stagista che viene anche ripresa con il presidente in un incontro pubblico… Vi ricorda qualcosa?  Per distrarre l’attenzione da questa situazione si organizza a tavolino una guerra dall’altra parte dle mondo, con tanto di guerriglieri per la libertà e popoli oppressi dal tiranno di turno. A ripensarci adesso, a quel film, mi scappa un sorriso amaro e un brivido lungo la schiena.

Dopo un bel po’ di strada arriviamo a Osojane, enclave serba nel distretto della città di Istok.
Il villaggio di Osojane  nel 1999 fu distrutto dagli albanesi: nel 2001 i serbi hanno cominciato la ricostruzione. Qui ci sono 300 famiglie serbe ortodosse circondate da 30.000 albanesi. Appena imbocchiamo la strada principale arriva lenta e minacciosa come uno squalo la macchina della polizia. Ci si affianca. Gli agenti a bordo con la bocca storta e gli occhi fissi ci fanno delle domande senza scendere, dopodiché si girano e se ne vanno. Sono poliziotti albanesi, come tutta la polizia qua è albanese. Solo a Mitroviska, dove siamo in albergo, c’è anche la polizia serba.

“State in albergo a Mitroviska?”, ci chiede il sindaco di Osojane. ”Un mese fa – spiega – gli albanesi hanno attaccato con le bombe a mano un gruppo di civili serbi uccidendo il pediatra serbo più famoso e facendo 11 feriti”. Non è facile per niente stare qua ed essere sottoposti a tutti i tipi di angherie possibili. Perchè là dove non arriva la violenza, che è continua e costante – come 10 giorni fa quando è stato attaccato un piccolo nucleo di case a Zac, a due chilometri da qua, che poi visiteremo, arrivano i dispetti di pessimo gusto. Tipo il taglio della corrente in pieno inverno. Anche per le scuole. Anche per gli ospedali. Ed è per questo che siamo qua: per vedere cosa effettivamente serve e cosa possiamo concretamente fare noi altri.

Le cose da fare sono davvero tante e ne parliamo per pù di un’ora con il sindaco di Osojane e il preside della scuola. In questa enclave ci sono cinquanta ragazzzi dai 6 ai 14 anni divisi in 8 classi. All’interno della scuola ci sono un campo di pallacanestro, delle giostre e una micro palestra con un logoro tavolo da ping pong. Dall’Italia vedremo di far arrivare dei computer, del materiale didattico,

Il sindaco si chiama Dragoljub Repanovic ed è il capo della comunità serba del Comune di Istok e del distretto di Osojane. Istok è una  città con due sindaci: uno è albanese ed è quello ufficiale, l’altro è lui, perché da Istok i serbi sono stati cacciati nel 1999. E’ un tipo cordiale e simpatico. Parla a voce bassa nel suo ufficio spoglio e ci offre, per combattere il grande freddo che c’è qua, della racchia,la grappa tipica locale.

Con Zoran Gargovic, preside della scuola di Osojane, abbiamo stabilito l’installazione del generatore di corrente elettrico e gli aiuti per l’stituto. Con lui vedremo di collaborare alla realizzazione di una serra per la coltivazione di fragole, progetto nel quale lui crede molto e che potrebbe essere di grande aiuto in questo posto. Ci regala dei calendari, dei taccuini con il simbolo della sua città scippata e ci offre altra racchia. Buttiamo giù, e mentre ci avviamo verso il furgone per ripartire alla volta di Pec incontriamo una pattuglia della K-for italiana.

Il maresciallo di prima è di Pesaro e il caporal maggiore che lo accompagna è di Salerno.
Sono sereni, e ci dicono che la situazione rispetto a prima è migliorata. “Diciamo che i serbi  si devono abituare al nuovo corso”, ci spiega il maresciallo. Vorrei dirgli “e tu ti ci abitueresti?” ma lascio perdere, tanto non serve.

Facciamo gli auguri e ripartiamo. Incontriamo Zac, il piccolissimo centro di case a due chilometri da Osojane assaltato dieci giorni fa. Sui muri delle case ci sono i colpi dei fucili sparati quella notte. Ci sono operai che continuano a lavorare e a gettare le fondamenta per nuove case serbe… Sapete da cosa potete riconoscere una casa serba da una albanese?
Dalla grandezza: le case serbe sono piccolissime, sono per piccoli nuclei familiari, quelle albanesi sono enormi. hanno 3/4 piani.

Qua la K-for di guardia è rumena. Un maresciallo col colbacco ci dice che non vuole essere foografato. Poi scende dall’hummer e si mette a parlare con noi. “Vedete quel vecchietto là?”. Ci giriamo e vediamo un vecchietto tutto ricurvo su se stesso che cammina verso casa. “E’ stato aggredito da un gruppo di albanesi l’altra notte, sotto casa sua. Non ce li vogliono qua i serbi, li vogliono cacciare a tutti i costi. Sparano, lanciano colpi di mortaio e spesso arrivano e distruggono le fondamenta dlele case in costruzione”. “Cazzo quell’uomo peserà 45 chili e avrà 70 anni suonati, come si fa a fare una cosa del genere?”. “Qua funziona così”. Dobbiamo andare a Pec adesso, e salutiamo. Facciamo la foto col maresciallo che ha preso confidenza con noi e ripartiamo al volo.
Quando mi risveglio dal trasferimento a pec mi trovo davanti uno dei monasteri più belli del mondo. Incastrato tra le montagne e con un fiume accanto, il monastero di Pec è la sede del patriarcato della chiesa ortodossa serba. Nel suo cortile c’è un albero di 800 anni e la costruzione del monastero risale al quattordicesimo secolo. In stile romanico, riconosco negli affreschi l’origine fondativa dei grandi re che hanno fatto divenire la Serbia una grande nazione.
La classica iconografia ortodossa con la narrazione della discesa dello spirito santo è onnipresente. La chiesa all’interno è dedicata ai santi apostoli. Questo monastero fu bruciato nel 1981 dagli albanesi, ma i danni sono stati tutti recuperati dopo anni di attenta ristrutturazione. La serenità, la pace che si respira è surreale. Mi ricordo del posto dove sono solo quando esco e incrocio tre ragazzi in mimetica. Sono italiani. La guida, Sasha, mi dice che gli italiani qua sono ben accetti anche perché nel 1941 il Duce inviò oldati a tutela del posto.

Risaliamo sul furgone, passiamo davanti al villaggio Italia, l’enorme campo base degli italiani in missione qui, e andiamo spediti verso il monastero di Decani. Il monastero venne fondato da Re Stefano Uros III Dekanski nel quattordicesimo secolo. Questo luogo monastico riunisce le esperienze architettoniche romaniche, gotiche e bizantine: gli abili mastri di Cattaro diedero vita ad una creazione originale, sia nel progetto che nella costruzione e nella decorazione. La cattedrale di Decani contiene il più lussuoso e più ricco ornamento scultoreo dell’arte medievale serba, nonchè la più grande galleria di affreschi medievali.

Arriviamo alle 15 e veniamo accolti dai monaci ortodossi con le loro folte barbe, i loro abiti neri e i loro cordiali sorrisi. Ci offrono uno dei pranzi più buoni che il sottoscritto abbia mai avuto il piacere di assaporare. Padre Teodoro ci accompagna nella sala dove è imbandito il pranzo in nostro onore: zuppa di funghi, involtini di verza con carote e riso, verze bollite, peperoni rossi, insalata russa, merluzzo alla piastra, olive nere, vino rosso e strudel. Tutto prodotto da loro e tutto squisito.

Ripartiti verso Mitroviska Sasha ci sorride e ci dice che è contento di averci conosciuto e di aver passato questa giornata con noi. Lui è di Mitroviska sud. Nella sua casa natale ora ci sta un miliziano dlel’Uck e lui si è dovuto trasferire nella parte nord della città, dove noi ci troviamo in albergo. Ha gli occhi sorridenti nonostante i segni del tempo e del dolore accumulato in questi anni. E’ più giovane di me di due anni ma sembra molto più grande. Quando torniamo in albergo mi chiede per quale squadra tifo e poi mi dice che Milos Krasic è di questa città e gioca nella Juventus.
Come per dire, lui nonostante tutto ce l’ha fatta.

 

IV puntata, l’ospedale di Silovo

Questa mattina quando siamo scesi per partire per il nostro giro conoscitivo ci siamo imbattuti in una nuova guida, un nuovo autista e un nuovo furgone. Furgone che poi sarebbe un’ambulanza, visto che ha la croce rossa sul davanti e il simbolo internazionale sul fianco.

Ambulanza quindi, che però è un furgone, un Ducato nove posti classico per l’esattezza. Un’ambulanza di fortuna da emergenza e un furgone da lavoro sgangherato quanto basta: non male per cominciare, pensiamo tutti e quattro. Subito dopo che siamo partiti il nostro mezzo si ferma, l’autista scende, cambia le targhe e passiamo il ponte, e via spediti tra spifferi gelidi e strade dissestate verso Pristina.

Prima di arrivare a Pristina facciamo sosta al Campo dei Merli, dove sorge un monumento eretto da Tito nel 1957: commemora la leggendaria battaglia di Kosovo-Polje del 1389, un episodio chiave dell’epica popolare dei serbi che assume un valore altamente simbolico nella definizione della loro identità nazionale. Sentiamo Stefano Vernole nel suo libro “La Questione Serba e la crisi del Kosovo” edito da Noctua: “Da allora si narra che fra le montagne continuino ad aggirarsi gli spiriti dei dieci figli del nobile Jug, tutti morti in quella battaglia condotta dai cristiani ortodossi per difendere la terra dei monasteri dal conquistatore turco ottomano. Ancora oggi pare che ogni bambino serbo appena nato, specie nei villaggi rurali, venga così salutato dalla madre: SALVE PICCOLO VENDICATORE DEL KOSOVO. Tutto questo può esser facilmente spiegato dagli avvenimenti tragici che si sono susseguiti in quella terra, memorie storiche che per i serbi rappresentano un calvario incessante e ininterrotto ma allo stesso tempo una fonte insostituibile di simbolismo identitario”. Il monumento eretto è un’imponente torre, alta 30 metri, da dove, una volta saliti, si vede tutta l’immensa pianura che si allunga sotto.

In lontananza verso sud est si vede la tomba del sultano Murad I,dalla forma arabeggiante. Avere il simbolo della propria identità in pieno territorio nemico non deve essere facile da accettare. Qui infatti ogni casa ha la bandiera non del Kosovo, ma dell’Albania, e qua sotto c’è un presidio di poliziotti albanesi che chiede i documenti per entrare. Si vede lo stato d’abbandono, di trascuratezza del monumento, e anche i segni delle targhe strappate a forza nelle colonne esterne alla torre. In terra sotto la grande targa scritta in serbo, giacciono sette o otto corone di fiori secche, messe lì chissà quando e mai più tolte. Mentre ci rimettiamo in cammino verso Pristina vediamo tutto intorno al monumento carcasse di automobili e in lontananza due immense fabbriche che rilasciano di continuo nubi di fumo bianco. Pristina è una città che mi ha messo i brividi.

La strada principale è Bill Clinton boulevard. C’è anche una statua in bronzo che immortala il presidente degli Stati Uniti nella sua facciona sorridente e benevola da liberatore. Nell’albergo più importante della città spicca una riproduzione della statua della libertà e tutto intorno decine e decine di mendicanti, di persone scalze, di bambini sporchi che ti si attaccano e ti chiedono soldi, cibo, sigarette. A Pristina si alternano baracche, case rurali e palazzoni da 20 piani. Ci sono panni stesi ovunque e immondizia accatastata con “precisione” lungo tutta la strada. A cinque chilometri dalla città ci fermiamo al monastero di Gracanica, ricco di affreschi del XIV secolo talmente fitti da coprire ogni centimetro delle pareti. Di tutti i monasteri visti fino adesso è quello tenuto peggio e non solo perché nel 1999 i bombardamenti della Nato lo sfiorarono… Nell’atrio tutte le raffigurazioni sacre sono state ricoperte da incisioni vandaliche e i volti dei protagonisti della storia sacra ortodossa sfigurati con meticolosa perizia.

Ripartiamo e arriviamo all’ospedale di Silovo. E’ l’unico ospedale serbo in tutto il sud-est del Kosovo. Serve 35.000 utenti tra mille difficoltà. A presentarci la drammatica situazione è la dottoressa Jelica Krcmarevic, primaria dell’ospedale. Durante l’incontro stiliamo una lista dettagliata delle priorità. E sono tante, talmente tante che non sappiamo neanche da dove iniziare… Pensate che l’autovettura station wagon utilizzata per il trasporto dei pazienti in dialisi ha due milioni di chilometri. E non è un modo di dire. Questa macchina ha fatto due milioni di chilometri per prelevare persone anziane da casa e portarle in uno dei 30 piccoli ambulatori che fanno capo a questo ospedale. Una struttura che al suo interno ha esclusivamente i reparti di pediatria e medicina interna e due ambulatori, uno dentistico e l’altro d’analisi. Il reparto di degenza ha otto posti. quattro per gli adulti e quattro per i piccoli. Nelle liste delle priorità che ci siamo prefissi c’è anche il reperimento di equipaggiamento medico, la strumentazione per l’ecografia e la radiografia. A Jelica chiediamo dei bombardamenti all’uranio impoverito e lei ci spiega che i casi di leucemia riscontrati negli ultimi anni arrivano tutti dalla zona di Ghigliane, zona che fu bombardata duramente con le cluster bomb, perché lì c’erano l’antiaerea e delle sagome di carriarmati. Dall’alto delle montagne nascono i fiumi e quindi l’effetto disastroso ha di fatto avvelenato anche l’intero ciclo biologico, animali e vegetazione compresi. Parla con fermezza Jelica, mentre Ivan ci traduce in inglese: alle loro spalle una bandiera serba. Parlano con gli stessi occhi che ho incontrato in questi giorni, occhi chiari segnati dalla sofferenza e da quella dignità che non ti aspetti.

Finito il giro – molto breve in realtà viste le dimensioni dell’ospedale – e salutato tutto il personale, chiediamo a Jelica il significato della targa fuori dall’ospedale. È una targa della Comunità europea che ha donato loro qualcosa. Jelica sposta una tendina e tira fuori un defibrillatore. Questo è il dono della Comunità europea a un ospedale che copre il 20% del Kosovo. Dopo aver segnato tutto quanto, fatto delle foto e salutato calorosamente, ci avviamo verso Tomance. L’enclave serba di Ivan, la nostra guida di oggi.

Ivan ha 34 anni, è sposato e ha due bambini. La sua enclave, asserragliata in mezzo alle montagne, non ha la rete fognaria, per cui le acque reflue restano a cielo aperto provocando epidemie. Il suo sogno, ci confida, è quello di avviare una piantagione di “wallnuts”, di noci. E lui dice che ci riuscirà perché, appunto, è il suo sogno e per la sua famiglia sarà un lavoro più che dignitoso. Alla domanda “hai mai pensato di andartene via da qui?”, Ivan sorride e ci dice: “Ho qua due figli, la casa e il lavoro. Non ho nessuna intenzione di andarmene dalla terra di mio padre”. Ritorna in mente ancora Stefano Vernole, quando, nel libro già citato, dice: “Secondo le parole di una delle più sagge donne serbe, Isidora Sekulic. ‘la serbità non è né il pane, né la scuola né lo Stato: è il Kosovo. Il Kosovo è la tomba dove tutto è stato sepolto e la risurrezione viene allora attraverso la tomba””.

Il video:

http://www.tortugawebtv.org/index.php?option=com_hwdvideoshare&task=viewvideo&Itemid=1&video_id=131

 

 

V puntata,  Gnjilane

L’incontro con Dragan avviene all’ingresso della città di Gnjilane, un insieme di case tra Gracanica e Kamenica. Abbiamo concordato di vederci al cartello della città perché lui, serbo, non se la sente di entrare in un paese a maggioranza albanese. Dragan  ha 45 anni, un pizzetto appena accennato, due occhi piccoli e marroni, naso e mento a punta e un bel sorriso che rende tutto l’insieme molto simpatico. Nel bar sono in corso i preparativi per la grande festa di questa notte di Capodanno. E’ un bar molto moderno, pulito, ed è anomalo trovarlo in queste zone. Stanno facendo i volumi della batteria, noi saliamo al piano di sopra per aver un po’ più di tranquillità per la nostra chiacchierata.

Dragan ha sei figli, la più grande ha 21 anni e il più piccolo otto. E’ vedovo: sua moglie è morta tre anni fa, a soli 36 anni, a causa di un tumore. “Come mai parli così bene l’italiano?”. Dragan si accende una sigaretta e ci dice che ha lavorato per sette anni a Rovigo come operaio e poi ha lavorato qua per altri sette anni come interprete per i carabinieri di stanza nella zona.“E facevamo la guerra con tutti, americani, albanesi…”

“In che senso facevate la guerra con tutti?”

“Gli americani avevano quest’ordine: albanesi buoni, serbi cattivi. I carabinieri invece appena sono arrivati si sono dimostrati più elastici, dando assistenza e aiuto anche ai serbi. Con il tempo hanno anche capito chi era davvero dalla parte del giusto e chi da quella sbagliata’’.

“Tre giorni fa abbiamo incontrato Marilena, che tu conosci. Lei ci ha detto che secondo lei c’è una specie di abbandono da parte del governo serbo verso queste zone, come se considerasse il Kosovo una storia chiusa… Sei d’accordo con questa visione delle cose?”

“No, non sono d’accordo. A dimostrazione di questo posso dirvi che io e molti altri serbi  percepiamo una pensione di sussistenza da parte di Belgrado. Ovviamente, data la contingente crisi economica e il fatto che la Serbia non è una nazione ricca e che ha subito 15 anni d’embargo, una guerra civile e  una guerra d’aggressione da parte della Nato, le cifre di queste pensioni non possono essere più di tanto elevate: si aggirano intorno ai 200 euro al mese comprensivi di contributi previdenziali, che al netto significano circa 120 euro. E sono molti anche gli albanesi che riescono a percepire queste pensioni da Belgrado esibendo documenti che ne attestano la precedente cittadinanza serba. Io poi prendo gli assegni famigliari, e per noi serbi del Kosovo è prevista anche la possibilità di ottenere finanziamenti per l’avvio di nuove attività lavorative in base a progetti che noi stessi presentiamo”.

“Abbiamo saputo che sono molti i serbi che stanno tornando in Kosovo anche su spinta del governo di Belgrado, che incentiva la costruzione di case nell’enclavi. Cosa ci dici al riguardo?”

“Io spero che questa cosa si avveri, ma dubito fortemente che chi vive in Serbia possa tornare effettivamente in questo posto e viverci. Vedete, alcuni tornano, costruiscono la casa con i soldi di Belgrado e con gli aiuti di alcune Ong internazionali. Finita la casa, la rivendono e tornano in Serbia. Qui per noi non c’è più nessuna speranza. Appena finiranno gli studi, le mie figlie le manderò via da qui. In Svizzera o magari in Italia. Non voglio che debbano subire le umiliazioni e le angherie che abbiamo sopportato noi per anni…”

“Scusa Dragan, vorrei tornare a parlare del contingente Nato…”

“Vi racconto un episodio molto significativo di come gli americani agivano nei riguardi della nostra popolazione… All’indomani della guerra noi eravamo costretti a fare la spesa alimentare in Serbia. Per motivi di sicurezza era obbligatorio andare tutti insieme con lunghe carovane di automobili incolonnate e con tre pattuglie americane di ‘scorta’ messe una all’inizio, una in mezzo e una in coda. Prima della partenza ogni macchina veniva setacciata centimetro per centimetro per controllare che non ci fossero armi. Succedeva però, e succedeva spesso, che all’altezza dei villaggi albanesi, passata la pattuglia americana d’apertura, una macchina irrompeva tagliando la colonna e aprendo il fuoco ad alzo zero facendo decine di feriti e di morti. In tutte queste occasioni mai gli americani hanno aperto il fuoco o difeso la nostra gente. Mai hanno arrestato un solo terrorista, mai ne hanno parlato pubblicamente  o condannato  il gesto. Io resto ancora fermamente convinto che il controllo iniziale delle nostre automobili fosse a garanzia degli albanesi: un modo per consentire loro di svolgere in estrema tranquillità la loro mattanza quotidiana al fine di alimentare la politica del terrore”

“Ma Dragan, come è possibile tenere sotto silenzio una cosa del genere?”

“Tutti erano e sono al corrente di queste operazioni di macelleria. Lo sapevano i servizi americani, lo sapeva la Nato, lo sapeva l’Onu’’

“Quindi lo sapevano anche gli italiani?”

“Sì, certo”

“E perché nessuno è intervenuto?”

“Non potevano perché gli americani li stoppavano nel momento dell’intervento. Vedete, nella mia collaborazione con i carabinieri italiani ci è capitato più volte di seguire un terrorista dell’Uck magari per mesi, raccogliendo tutte le informazioni a suo riguardo fino a scoprire dove nascondeva le armi che dovevano essere sequestrate. Il giorno prima di operare l’arresto e il sequestro però giungeva una telefonata da parte dei comandanti statunitensi che bloccavano l’operazione…Gli americani qua si sono comportati come bestie, senza nessun rispetto per la dignità umana. Ci sono centinaia e centinaia di episodi gravi avvenuti in questi anni. Una volta scoppiò una feroce rivolta serba contro il contingente Nato che per l’ennesima volta aveva fatto irruzione violenta  nei locali del centro di Metrovica, spaccando vetrine e  picchiando anziani e donne. La rivolta scoppiò furiosa e fu sedata solo dall’intervento dei carabinieri che si frammisero tra i serbi e gli americani. I serbi hanno sempre visto negli italiani persone rispettose e ligie al proprio dovere e soprattutto equidistanza tra le parti in causa  e parità di trattamento: la loro presenza in campo durante la rivolta bloccò tutto proprio perché nessuno dei rivoltosi voleva prendersela con il contingente italiano”

“Ma adesso gli americani?”

“Non si vedono più in giro da un bel po’. Sono rintanati nelle loro caserme e sono odiati da tutta la popolazione”

“Ma secondo te perché gli americani hanno scatenato questa guerra?”

“Sicuramente la zona è strategicamente interessante perché crocevia per l’Europa, e il fatto che gli Usa abbiano una base di 800 ettari qui sta anche a indicare che hanno intenzione di restarci a lungo.Poi è risaputo il fatto che finanziamenti molto importanti provengano da Stati musulmani del Medio Oriente, e la cosa la vedi anche dai tanti minareti nuovi e dal fatto che nessun albanese lavora”

“Non è che è un luogo comune?”

“Ma quale luogo comune? Guarda le loro terre: sono tutte abbandonate, nessuno le coltiva. Voi state a Metrovica giusto? Guardate il nord e il sud, attraversate il ponte e troverete a tutte le ore del giorno i bar strapieni e la terra morta. Non lavorano per via dei soldi che arrivano a getto continuo dall’Arabia Saudita”

“Cosa ne pensi di Milosevic?”

“Al di là di alcuni errori compiuti è stato un bravo presidente, tant’è che oggi sono molti a rimpiangerlo. Anche quei pochi albanesi onesti…”

“Arkan?”

“Più che un patriota un criminale che faceva affari sporchi indifferentemente con serbi o albanesi”

La moglie di Dragan è morta quattro anni fa per un cancro: la causa della sua morte improvvisa è attribuibile ai bombardamenti  all’uranio impoverito avvenuti lungo il territorio nella regione di Gracanica. Da allora è lui che cresce da solo i suoi 6 figli e pensa ogni momento a come portarli via da questa posto. Quando ci alziamo e lo ringraziamo per il tempo donatoci, ci dice sorridendo: “Non mi dovete ringraziare, sono io che ringrazio voi, amici miei”.

Torniamo verso casa. È la sera di Capodanno e in giro ci sono tanti ragazzi vestiti bene che sorridono e si divertono. Sembra una serata di festa normale in qualsiasi città d’Europa. Con Fabio, Giò e  Stefano decidiamo di fermarci a cenare nell’unico posto aperto che c’è. È un posto orribile stretto e lungo e dalle pareti rosa. Tre poster sbiaditi di donne e uomini felici, una piccola televisione che sprigiona musica serba a volume altissimo e poi un fumo talmente intenso che teniamo la porta aperta qualche secondo prima di ordinare per poi sederci… In fondo al locale c’è un bancone vetrina con carne esposta e dietro c’è il signore che non parla una parola d’inglese ma che ci sorride mentre ci prepara i panini e ci vede sistemare il tavolo. Il posto è talmente stretto che occupiamo l’intero corridoio, tanto non verrà nessuno stasera. Ci siamo solo noi 4, il padrone del ristorante e  sulla strada gruppetti di ragazzini  che accendono botti e corrono via divertiti…

Per strada poi, mentre torniamo in albergo tra fuochi d’artificio, fontane di colore e varie piccole esplosioni, incrociamo una camionetta di soldati della K-for: sono greci. Ci salutano e ci fanno gli auguri. Anche qui è Capodanno e c’è voglia di normalità, di divertimento e di spensieratezza, e domani mattina quando partiremo per Sarajevo la strada sarà tutta nostra.

 

 

VI puntata – Verso Sarajevo

Sono le 8.30 di mattina quando ci mettiamo in marcia verso Sarajevo. Come immaginavamo, la strada è deserta e il viaggio è molto tranquillo, con l’instancabile Stefano alla guida e le letture di Fabio a voce alta: montagne ricoperte di neve e panorami mozzafiato ci accompagnano per tutto il tragitto. Nel momento in cui attraversiamo la frontiera per rientrare in Serbia avverto come un dispiacere: il dispiacere per non aver fatto ‘fisicamente’ qualcosa. I legami sono stati stretti, è vero, i posti dove  intervenire individuati e visitati, e anche le idee adesso ce le abbiamo tutti quanti un po’ più chiare.

Nei prossimi mesi lavoreremo per far conoscere quest’altra storia, ci impegneremo per aiutare la scuola di Osojane con un generatore di corrente elettrica e cercheremo di dare una mano per mettere su la nuova serra di fragole. E anche per l’ospedale di Silovo faremo tutto il possibile: cercheremo di trovare un’automobile nuova, un generatore di corrente elettrica e tutto il materiale che ci hanno chiesto. Ma è quel senso di impotenza che ti disturba: il fatto che, messo di fronte alla brutalità e alla menzogna, il mondo chiuda gli occhi per non vedere. Perché, per quanto tu possa fare, l’umanità tutta ha già deciso i ruoli, assegnato le parti e condannato chi invece aveva ragione. Tutta questa miseria, questa paura, tutte queste croci disseminate ovunque lungo le strade, nelle piazze, nei giardini delle case…Un domani, quando penserò al Kosovo, ricorderò questo grande senso di amarezza, di sconfitta: perché questa è una sconfitta di tutta l’Europa e non solo dei serbi.

Durante questo viaggio ho finito di leggere “Cuore di Lupo” di Maria Lina Veca. Il lupo è l’animale totem dei serbi: l’espressione ‘cuore di lupo’ fa riferimento esattamente a questo e fa capire molte cose. L’altro giorno, ad esempio, quando siamo andati verso Pristina, abbiamo incontrato un lupo squartato e messo a mo’ di trofeo su un tubo di cemento armato. Poco dopo ci siamo imbattuti in una vecchia: era ferma all’angolo di una strada, e con lei aveva 3 o 4 lupi morti. Dire che sono disgustato è dire poco.

Il libro di Maria Lina Veca è scritto molto bene, si legge con estremo interesse, e parla di una storia vera. Anzi, di tante storie vere intrecciate tra loro e avvenute in questi tempi bui. Parla del traffico di organi, ad esempio, e di serbi scomparsi ai quali gli organi sono stati asportati per “esigenze di mercato”: qualcosa di terribile e raccapricciante, qualcosa che avviene a pochi chilometri di distanza dalle nostre case nell’indifferenza di quelle stesse persone che poi magari storcono il naso per degli scontri allo stadio. Come fu per Italia-Serbia. Ripenso a quel gesto considerato folle e violento. A tutta la messa in scena orchestrata dai soliti noti e ai commenti dei giornalisti durante la diretta e nei giorni successivi. “I giocatori stanno dicendo ai tifosi serbi che perderanno tre a zero!”: addirittura questo sono riusciti a dire confondendo per ignoranza il saluto serbo con una sconfitta a tavolino… Non ho mai apprezzato la violenza fine a se stessa e tanto meno i mitomani, ma ora che ho toccato con mano, che ho avuto l’opportunità di vedere da vicino quello che succede qui, di quei tifosi posso capire la rabbia, il senso d’impotenza di fronte all’ingiustizia subita. E non vedo più violenza fine a se stessa, né vedo mitomani perché comprendo il dolore, comprendo la necessità. Perché se non hai voce e ti stanno uccidendo, utilizzi qualsiasi cosa possa servire.

Ivo Andric, scrittore jugoslavo Nobel per la letteratura nel 1961, diceva: “E’ grave se qualcuno soffre, ma è ancor più grave se qualcuno soffre e nessuno se ne accorge”. Ecco,  questo popolo fiero che lentamente, giorno dopo giorno, sta morendo con la sua terra, lo sta facendo di nascosto.

 

VII puntata, Sarajevo

E’ mattina presto quando ci incamminiamo per le strade di Sarajevo: poche automobili in giro, freddo e nebbia onnipresente. Cerchiamo le indicazioni per il ‘tunnel’, uno dei luoghi simbolo della guerra in Bosnia Erzegovina. Nel ’93 infatti, dopo l’indipendenza della Slovenia e il conflitto scoppiato in Croazia, lo smantellamento della ex Jugoslavia passava dalla definizione degli equilibri in Bosnia, dove le tensioni tra le tre etnie presenti, bosniaci, serbi e croati, sfociarono in una tragica guerra civile, che, secondo fonti bosniache, costò al paese 11mila vittime. Il tunnel è il simbolo della ‘resistenza’ di Sarajevo all’accerchiamento serbo: quasi un chilometro di galleria alta un metro e sessanta e larga un metro che venne scavata durante l’assedio per congiungere la città all’area neutrale dell’aeroporto. Un cunicolo che passava sotto la pista d’atterraggio dello scalo e del quale sono rimasti in piedi solo poche decine di metri.

Dopo aver visto quello che resta del tunnel, ci mettiamo alla ricerca del ponte Latino, che poi scopriamo essere a 500 metri dal Teatro Nazionale. Fu proprio qui che, quel fatidico 28 giugno del 1914, il nazionalista serbo Gavrilo Princip fece fuoco con la sua pistola uccidendo l’erede al trono dell’impero austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia, segnando così di fatto l’inizio della prima guerra mondiale. Ci teniamo a farci immortalare su quel ponte: in fondo è da lì che è partita tutta la storia dell’Europa e quindi del Novecento, ed essere qua ci dà una certa emozione. All’angolo della via, subito dopo il ponte in pietra, c’è il museo nazionale di Sarajevo, che ha all’esterno schermi che di continuo proiettano filmati rarissimi dell’attentato, con l’immagine dell’arrivo della carrozza e l’immediato arresto dell’attentatore. Le pietre sulle quali siamo sono le stesse di allora, e anche i palazzi: solo il ponte è stato recentemente restaurato e nel 1993 Princip, una volta acclamato, dichiarato terrorista. I tempi cambiano, evidentemente.

Sarajevo è una città a maggioranza musulmana. E’ una città molto bella, ricca di moschee, chiese ortodosse, ampi viali di foggia austro-ungarica: è un insieme di stili e culture diverse che la rendono unica nel suo genere e che le hanno fatto guadagnare nel recente passato l’appellativo di ‘Gerusalemme d’Europa’. Ne è trascorso di tempo da quando esisteva la Jugoslavia di Tito, prima fedele al comunismo sovietico, poi dissidente e infine espressione di un comunismo indipendente che non disprezzava i rapporti con gli Stati Uniti d’America.

Poco più di dieci anni dopo la morte del maresciallo croato, caduto anche il muro di Berlino, la Jugoslavia implose più o meno volontariamente, atomizzandosi pezzo dopo pezzo in vari Stati: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro e ovviamente Serbia, con la capitale di un tempo, Belgrado. Parlare dei cambiamenti continui delle alleanze interne, delle guerre che nel corso dei secoli e fino ai nostri giorni si sono succedute in questa terra è un lavoro che non spetta a me. Sia per tempo, sia per spazio e attitudine. E soprattutto perché in fin dei conti non riguarda la missione in atto con l’Uomo libero e la Comunità giovanile di Busto Arsizio, associazioni con le quali siamo venuti fin qui esclusivamente per aiutare una minoranza etnica in uno Stato “nuovo”,  non ancora riconosciuto da molte nazioni.

Quello che posso dire però è che i grandi spostamenti e le deportazioni interne ordinate da Tito per dividere religioni e culture al fine di meglio controllarle, con la morte del maresciallo e dell’ideologia su cui si reggeva il regime jugoslavo, si sono dimostrati scelte esplosive, che hanno trovato peraltro un’ulteriore miccia negli interessi d’Oltreoceano, ancora una volta improntati al principio del ‘divide et impera’. E, con il vergognoso assenso dell’Europa, una nazione è stata messa nelle condizioni di non poter esercitare la propria sovranità.

E poi c’è la geopolitica, come in tutte le guerre. La posizione strategica della Jugoslavia come porta verso Oriente ha i suoi benefici, anche per meglio controllare il traffico di droga che, dal vicino Oriente, transita per il Kosovo verso le rotte del ricco Occidente. Stesso motivo, peraltro, che portò gli Usa a intervenire in Afghanistan. E anche lì i talebani, come oggi l’Uck nel Kosovo, dividevano proventi, ruoli e traffici.

Una delle figure più belle di uomo e di combattente a difesa del proprio popolo e della propria storia l’ho trovata nel condottiero afghano Massoud. Il Leone del Panshir, che in piena guerra fredda tenne testa per più di 13 anni al potentissimo esercito russo, venne assassinato due giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle proprio da quegli stessi talebani soci in affari degli Stati Uniti. Massoud non era un fondamentalista. Era musulmano, come musulmani erano Saddam Hussein, Arafat, Nasser: grandi politici e uomini di Stato che la propaganda ha disegnato come dittatori, assassini, spalleggiatori di terroristi integralisti, omettendo che i modelli di Stato a cui si ispiravano erano laici e non teologici e che il più delle volte nel mirino degli integralisti c’erano proprio loro.

Il fallimento economico occidentale e la perdita del lavoro per migliaia di europei, l’immigrazione incontrollata, la reazione del mondo arabo ai soprusi subiti da chi punta al livellamento delle differenze e al controllo totale del traffico di droga e delle risorse geologiche con la creazione di un unico grande mercato stanno alimentando il mostro dello scontro di civiltà. Anche quello chiamato erroneamente “il nostro ambiente” in tutta Europa sta cadendo nella trappola, aderendo a campagne anti-islamiche dai finanziatori occulti, che porteranno ancora una volta alla giustificazione di massacri di migliaia di innocenti e al consolidamento del modello americano tanto odiato e agonizzante.

Cerchiamo di restare lucidi. La nostra risposta deve essere politica e non religiosa. Il ruolo che ci spetta è quello della costruzione di nuovi modelli economici incentrati sul rispetto della differenze e su principi condivisi: ‘essere mediterraneo’ significa incarnare un ruolo di mediazione e di guida, e non essere complici di sfruttamento, genocidi e traffici di varia sorta.

 

Epilogo – Kosovo è Serbia

Sono appena tornato alla base. Stamane sono uscito dall’albergo alle 4 e, arrivato ad aeroporto ancora chiuso, perché lo aprono alle 4 e 15, mi sono visto annullare il volo Sarajevo/Belgrado a causa della nebbia. Anziché tornare alle 9 a Roma, quindi, mi sono trovato costretto a passare tutto il giorno dentro l’aeroporto di Belgrado, aspettando il fatidico volo delle 18 e 25. Che poi è diventato delle 18 e 35 e infine delle 18 e 46. Ultimamente non sono poi molto fortunato con gli aerei… ma andiamo avanti.

Sono appena tornato da sette giorni vissuti intensamente, svegliandoci all’alba e visitando posti speciali. Siano stati monasteri del XIV secolo, monumenti commemorativi, enclavi serbe o luoghi istituzionali per incontri formali con le autorità. Una settimana piena, vissuta con profonda amarezza e senso di sconfitta da un lato, e voglia di costruire, di combattere, di riaccendere la speranza dall’altra.

Di questo viaggio quello che mi rimarrà in mente è un insieme di attimi fermi, nitidi come le centinaia di foto scattate da Fabio. E sono tutte insieme, senza un senso logico, senza una didascalia… Pianure innevate, ruderi crivellati di colpi, birra serba Jelen, e racchia, e kruscha bevuti sia per combattere il duro freddo nei posti più improponibili della ex Jugoslavia sia per esser davvero cordiali con i nostri interlocutori. E poi le tombe disseminate ovunque senza una logica, le centinaia di pompe di benzina che invadono le strade kosovare quando di macchine non ne girano in realtà così tante, e le filiali bancarie che brulicano, come le bandiere albanesi appese nei palazzi e lungo le strade di Pristina, che non hanno neanche un semaforo o una rotatoria ma hanno la statua di Bill Clinton il liberatore.

E le casette costruite dai serbi, che vengono attaccate di notte dagli albanesi che non li vogliono, o i casermoni costruiti dagli albanesi per circondare le enclavi, attaccati dai serbi per sopravvivere e difesi dai militari della K-for. E ancora gli ospedali senza medicinali e con poca apparecchiatura; le macchine senza targa; i segni della guerra ad ogni angolo, su ogni volto; le poltrone anni ‘70 degli uffici ministeriali e degli aeroporti in stile sovietico, con stoffe dai colori orribili e deprimenti e dal ferro indistruttibile; la musica serba presente in ogni locale e sempre a volume alto; il poter ancora fumare nei bar, nei ristoranti; il costo delle sigarette sotto i 2 euro; le fogne a cielo aperto delle enclavi; i lupi squartati e messi in vendita da vecchie megere all’angolo della strada; i bambini albanesi che urlano, scalzi, e ti chiedono con insistenza l’elemosina, i bambini serbi che raramente sorridono e non ti chiedono nulla. Le bandiere sgualcite, i manifesti logori, le macerie, le bancarelle di frutta. I monti innevati, i fiumi gelidi, i check point da passare in silenzio, il caffè espresso in tazze giganti. E poi ci sono loro a chiudere il tutto. Uno stormo di corvi neri intenti ad analizzare il contenuto di un cassone, bruciato chissà da quanto tempo.

L’esperienza affrontata con Fabio, Giovanni e Stefano è stata anche un’occasione unica per cementare le collaborazioni con la splendida realtà della Onlus “L’Uomo Libero” e con i ragazzi della Comunità Giovanile di Busto Arsizio. In queste poche righe vorrei esprimere tutta la stima e l’affetto che provo verso Walter Pilo e tutti i ragazzi di Busto, per le loro attenzioni e per i messaggi che in queste sere ci sono arrivati a flusso continuo.

Quanto ai miei compagni di viaggio voglio ringraziarli dal profondo per avermi sopportato in questi giorni e per aver assecondato alcune mie decisioni non sempre dimostratesi idonee. Nello specifico, ringrazio Fabio Franceschini per il suo impegno e per la professionalità che ha dimostrato in tutti gli incontri avvenuti e nella creazione dei filmati video; Stefano Gussoni lo ringrazio per la sua naturale simpatia, per il suo accanimento alla guida a base di Redbull e per la serenità che dispensa a getto continuo; Giovanni lo ringrazio per esserci stato in assoluto e per avermi seguito anche  esoprattutto “in quella notte da lupi”.

Ringrazio ovviamente Mia, Cristiano e Finita per il loro indispensabile aiuto dalla base, e i web supporters di Cpi e quanti hanno contribuito a diffondere questo Diario dal Kosovo. Ringrazio anche mia moglie Mari e i miei piccoli Giulia ed Enea che dividono tutto con me e che oggi mi sono venuti a prendere all’aeroporto facendomi sentire l’uomo più ricco del mondo.

Anche questo viaggio si è dunque concluso, gettando il seme per una nuova, grande  azione di solidarietà che vedrà impegnata in tutta Italia la nostra Comunità di CasaPound Italia. Verso fine gennaio 2011 è prevista l’uscita del libro edito da L’uomo Libero. Il libro avrà al suo interno vari approfondimenti sulla questione kosovara e sarà scritto prevalentemente da chi il viaggio lo ha fatto. Anche questo mio diario sarà pubblicato al suo interno. Il ricavato della vendita di questo libro sarà interamente devoluto alla scuola di Osojane e all’ospedale di Silovo.

In tutta Italia è nostro compito diffondere la vera storia della minoranza del Kosovo e fare il possibile per aiutarla anche attraverso la presentazione del libro in questione. Abbiamo promesso che entro maggio 2011 porteremo in Kosovo i due generatori di corrente elettrica, lo scuola bus, l’automobile per il trasporto dei pazienti per la dialisi, vario materiale didattico e medico, un proiettore, del materiale sportivo. Interverremo anche nella creazione della “serra delle fragole”. Insomma, c’è tanto, tanto lavoro.

Ovviamente sappiamo tutti che non sarà facile raggiungere questi obiettivi, ma sappiamo anche che siamo capaci di cose grandissime, e che noi le promesse le manteniamo sempre.

Kosovo è Serbia, amici miei, diciamolo a tutti.

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  1. luca
    12 gennaio 2011 alle 18:50

    solo una precisazione:nel film con renato pozzetto massimo ranieri viene massacrato di botte dai fascisti, che dopo devastano pure la libreria gay dove lavora.

    • 3 agosto 2011 alle 19:47

      Stereotipi, a cui evidentemente c’è ancora qualche scemo che si diverte a credere.

  2. Max
    15 maggio 2011 alle 10:23

    Mi chiamo Massimiliano, sono di Bergamo e dal 2001 vado in Kosovo circa 2 volte l’anno per 1 mese circa. Ho letto volentieri il vostro racconto e lo approvo in pieno, peccato che mancano molte cose non dette della parte kossovara.
    Prima di dare un giudizio bisognerebbe analizzare tutta la questione.
    Ad esempio perchè gli americani hanno una base di 800 ettari sopra una miniera di Uranio,oppure della vita che facevano i kossovari prima della guerra, e anche dei kossovari cattolici presenti in kosovo che vivono senza sostegno lavorando 12 ore al giorno per 150€.Il kosovo sarebbe Serbia se agivano in un altro modo, adesso è un grosso problema.
    Grazie e complimenti ancora per il vostro viaggio.
    Max

  3. roccia90
    1 novembre 2011 alle 18:20

    orrendo e vergognoso, non so se sei un serbo o uno che veramente non conosce la situazione in kosovo, ma queste sono tutte bugie e propaganda, se volevi far bere a qualcuno questo articolo dovevi esagerare di meno a offendere gli albanesi e far passare per vittime i assassini di bambini e violentatori, mi viene difficile a credere che sei neutrale.

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