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Diario di viaggio – Terza puntata

La ‘Libertà’ figlia della tragedia

“Ma ti rendi conto di quanto hai dormito?”. Franco (Franco Nerozzi, fondatore e ‘anima’ della comunità solidarista Popoli, ndr) è di fronte a me, telecamera alla mano, e ride sotto i baffi. “Ma che ore sono?”. Cerco un diversivo, una via di fuga, una sorta di giustificazione… Ho dormito dalle 5 di ieri pomeriggio fino ad adesso, tutto di fila come non dormivo da anni. Come forse non ho mai dormito. Eppure nella giungla, tra i soldati, con i birmani in giro dovrei essere allarmato. E invece no. Sono tranquillo e rilassato, mi sento al sicuro. Fuori pericolo. E difatti non è successo nulla durante la notte. Non ha neanche piovuto. Anche gli altri sono stati tutto il tempo nelle amache. Non c’era nulla da fare, e senza una sedia, un tavolo o una luce per leggere sei obbligato a metterti dentro.

Franco mi dice che in queste situazioni funziona così: c’è quando puoi dormire tutto il giorno e quando non dormi mai. Bisogna saper convivere con l’attesa. La pazienza la fa sempre da padrona. E’ lei che comanda. In sua assenza ti sfibbri, perdi il centro, la lucidità. E i karen vivono in queste situazioni da 60 anni. Non deve essere affatto facile, penso. E mi giro a guardarli, giovani e giovanissimi in divisa che si danno da fare richiudendo zaini, cucinando, caricando armi mentre si preparano a riprendere la marcia.

Questi ragazzi sono nati qui in queste condizioni, continuano la stessa guerra che i loro nonni hanno combattuto 60 anni fa. E lo fanno anche se giovanissimi, scegliendo liberamente di essere soldati piuttosto che schiavi nei campi profughi. E lo fanno nonostante abbiano anche loro le loro esigenze di adolescenti, il bisogno del divertimento, i loro grandi amori che si tatuano sulle braccia. C’è qualcosa di veramente grande in questi ragazzi. Qualcosa che va oltre. Qualcosa di terribilmente bello e di romantico. C’è il coraggio assoluto. C’è la scelta consapevole. C’è l’attitudine alla libertà. La libertà con la elle maiuscola, quella vera, quella figlia della tragedia.

Mentre esco dall’amaca e cerco di rivestirmi con una certa celerità, il soldato Poh-Boh mi saluta e mi invita a fare colazione con lui e con gli altri intorno al fuoco. Questa notte hanno catturato un cobra di un metro e mezzo. E lo stanno cucinando con grande cura e questo suscita in tutti i soldati un certo entusiasmo. Poh Boh quando non va in perlustrazione nella giungla fa l’autista di Nerdah (il colonnello Nerdah Mya è il comandante dell”Esercito di Liberazione Karen, ndr). Lo accompagna nei vari giri politici che il comandante deve svolgere. Questo fa di Poh Boh il soldato più simpatico, anche perché è uno dei pochi che mastica un po’ d’inglese.

Poh Boh è molto ironico e sa che per noi, non thailandesi, il cobra non è certo un piatto prelibato. Quindi davanti agli altri soldati mi chiama e mi dona un bel pezzo di cobra abbrustolito. Come se fosse la mia classica colazione, addento il pezzo e scopro con estrema sorpresa che è buono. Chi lo avrebbe mai detto? Il sapore ricorda quello del pollo ma è leggermente amarognolo, anche se forse è per via della brace. Poh Boh mi guarda e sorride soddisfatto insieme agli altri ragazzi in mimetica.

“Nerdah dice che non possiamo raggiungere Populata’: ci sono troppi birmani in giro e non vuole affrontarli con noi di mezzo. Ha comunque già mandato una squadra giù che tutelerà il villaggio in caso i birmani decidano d’attaccarlo”. A parlare è di nuovo Franco. “Quindi niente, dobbiamo tornare indietro”. Capisco la situazione e non discuto, anche se non riesco a nascondere il mio dispiacere. Ma capisco che Nerdah ha fatto la scelta migliore. Otto civili tra due blocchi armati sono un grosso problema. Sulla strada verso il ritorno Nerdah mi si avvicina e mi fa sentire il suo walky talky: dall’altra parte si sentono parlare i birmani. I nostri sono riusciti a captare le frequenze delle loro radio e questo è molto utile per capire come si stiano muovendo.

Tutti in fila verso casa allora, tra un caldo fortissimo e un’umidità da record. E’ la stagione delle piogge, ma niente pioggia. neanche oggi. Tra una sosta e una scarpinata arriviamo nel punto dove all’andata avevamo fatto la prima sosta. E’ la loro segheria. Dal campo base saremo distanti un paio di chilometri in linea d’aria… Siamo quasi arrivati quindi, ma decidono di fermarsi e di mangiare. Ottimo motivo per posare lo zaino, spogliarsi e farsi un bel bagno nel fiume gelato in attesa del rancio: mais saltato in padella con olio di palma e noodles.

Finito di mangiare ripartiamo subito. Quando arriviamo al campo sono circa le 15. I soldati si cambiano, si mettono in pantaloncini e canottiera, e si affrontano a calcio tennis. Noi siamo tutti provati dalla spedizione che tra ieri e oggi c’ha fatto fare una decina di chilometri nella giungla. “Ma non se stancano mai questi?”. E’ Fabio questa volta a strapparmi un sorriso. Fabio è un volontario di Popoli: è di Perugia ed è un ottimo compagno di viaggio. “Sarà per la noce di bettel che masticano in continuazione”, dice ironico Rodolfo, il dottore, che di fatto ha vietato ai karen di fare questa cosa in sua presenza. La bettel nut è infatti un’usanza karen molto particolare che a loro dire dona loro molta forza e a detta del dottore è invece altamente tossica. Prendono questa noce di bettel, la spaccano, ci mettono calceviva e corteccia d’albero grattuggiata, la chiudono in una foglia e la masticano per ore a mo’ di chewing gum. Questa bettel nut rende, durante la masticazione, i denti rosso sangue.

C’è un ragazzo qui al campo, si chiama Roekhee. Roekhee sorride sempre e l’ho sempre visto con le magliette di Popoli. Roekhee è uno degli addetti alla cucina, anche se lo vedo muoversi tutto il giorno in lungo e in largo a fare cose di vario genere. E’ uno di quei tipi che non stanno mai fermi. Roekhee ha una protesi alla gamba destra che parte dall’inguine e arriva fino a giù per colpa di una mina antiuomo. E’ lui che ci sta portando la cena adesso e che sorridendoci ci chiede come è andato il giro che abbiamo fatto. E mentre ci mettiamo a parlare, a ridere e a scherzare nella luce tremante delle candele, poco distante da noi Johnny con la sua chitarrra suona canzoni karen che lo tengono sveglio nel suo turno di guardia con gli altri ragazzi.


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