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VIVA L’8 SETTEMBRE… 1920! La Carta del Carnaro

di Raffaele Morani – comunista

Il 30 agosto del 1920, novant’anni fa, veniva resa pubblica la costituzione della “Reggenza Italiana del Carnaro”. Gabriele D’Annunzio leggeva infatti la Carta del Carnaro in un’affollata assemblea al teatro Fenice di Fiume, per poi promulgare ufficialmente la carta l’8 settembre. il testo era stato preparato dal suo capo di gabinetto, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, il “poeta soldato” l’aveva modificato, rendendolo più aulico e correggendo alcuni termini considerati troppo “forti” per i sostenitori più moderati e monarchici della causa fiumana. Vediamo così ad esempio il punto 2 della costituzione nella versione di De Ambris: “La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali”, divenire nella versione definitiva di D’Annunzio “La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo – “res populi” – che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe e le più varie forme dell’autonomia quale fu intese ed esercitata nei quattro secoli gloriosi del nostro periodo comunale.” La Carta del Carnaro era un testo all’avanguardia per i tempi, prevedeva infatti l’attuazione di un ampio decentramento amministrativo nonché l’affermazione della democrazia diretta e del neo-sindacalismo con l’assegnazione di una funzione dirigente alle organizzazioni dei lavoratori, il suffragio universale esteso anche alle donne e anche l’introduzione del divorzio. La Carta non fu mai applicata, ma resta a parere di molti un tentativo interessante di delineare un assetto costituzionale politico e sociale più avanzato rispetto alla tradizione liberaldemocratica, senza accettare la nascente prospettiva sovietica.

Dopo la seconda guerra mondiale, Fiume diventò Rjieka ed entrò a far parte della Repubblica Socialista Federativa di Yugoslavia, per poi passare alla Croazia dopo il disfacimento della Yugoslavia all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso. Oggi chi volesse visitare Rjeka farebbe fatica a trovare qualche segno del passato italiano, farebbe ancor più fatica se cercasse qualche riferimento o ricordo dell’impresa fiumana dei legionari di D’Annunzio. Il Teatro Fenice esiste ancora e vi si tengono spettacoli anche se come denuncia “La Voce del Popolo”, giornale della comunità italiana, sta cadendo a pezzi e avrebbe bisogno di un restauro, che però forse finirebbe per cancellare le scritte scolorite che hanno permesso a chi vi scrive di individuarlo, dal momento che non vi sono targhe commemorative degli eventi di 90 anni fa.

Attraversiamo la strada troviamo la scuola privata italiana, con classi elementari e medie, in cui si insegna in italiano e vengono svolti corsi di lingua italiana, “molto frequentati anche dai Croati”, come ci spiega con orgoglio un signore di mezza età, incontrato poco lontano alla sede della Comunità Italiana di Fiume, del resto è il modo migliore per poter comunicare con i numerosissimi italiani che visitano la città e i suoi dintorni, per motivi turistici, ed anche perché i dentisti e le cure odontoiatriche in Croazia hanno ancora prezzi molto competitivi rispetto all’Italia, in media intorno alla metà, a volte anche un terzo di quanto costerebbe in Italia

Continuiamo il giro del centro della città ed arriviamo in “Ulica Zrtava Fasizma” che vuol dire “Via Vittime del fascismo”, su sui si affaccia l’antico palazzo del governatore, residenza del Comandante nel suo anno di reggenza della città, dal cui balcone il poeta soldato arringava la folla. Il palazzo da alcuni decenni è diventato il “Museo Marittimo e Storico del litorale Croato”. Anche qui nessun ricordo dell’impresa fiumana, ma leggendo la guida in inglese del museo possiamo scoprire “it is there that D’annunzio and Zanella (il leader autonomista fiumano n.d.a.) wrote history”, non è dato sapere come, quando e perché.

Parlando con alcuni fiumani anziani, croati ma anche di origine italiana, incontrati in questa mia piccola incursione nelle terre istriane, compiuta qualche mese fa per ricordare l’impresa fiumana ma anche per sottopormi a cure odontoiatriche, i discorsi che si sentono sono più o meno del tipo “fu un’impresa fascista, non c’è nulla da celebrare”. In Italia, il novantesimo anniversario dell’impresa fiumana, quasi sempre è stato commemorato da ambienti di destra o “nostalgici”, interessati a puntare sulla continuità tra l’impresa di Fiume e marcia su Roma, tra i legionari e gli squadristi, quando invece i dissidi tra D’Annunzio e Mussolini furono notevoli. L’impresa di Fiume fu un’occasione persa dalla sinistra, come anche la sua mancata riscoperta di oggi! Una mancanza dovuta probabilmente ad un pregiudizio, dettato forse dall’antifascismo, che putroppo continua a resistere ancora a sinistra, dove troppi hanno dimenticato ad esempio che Lenin e Gramsci guardarono con favore all’impresa dannunziana, che alcuni legionari e collaboratori del Comandante come Nino Host Venturi, Ettore Muti, Mario Carli, Guido Keller, Giuseppe Bottai aderirono al fascismo mentre altri come Mario Magri, Gabriele Foschiatti, Ercole Miani, Renato Cigarini, passarono invece all’antifascismo, oltre allo stesso Alceste De Ambris che andò in esilio in Francia dove animò la Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo e la Concentrazione Antifascista, fino a morire in povertà senza scendere a compromessi col regime.

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