Eja eja alalà sergente Guasti

Non ricordavo nulla da rimproverarmi o fatti di cui pentirmi. La mia giovinezza era limpida e colma di valori spirituali e di profondo amore per quella Patria che, in quei momenti angosciosi, reputavo ormai finita, preda di traditori, delinquenti e nemici della civiltà.”

Gian Maria Guasti

Veilleurs debout!

Pubblicato su IlFoglio.it

Da dove viene la ribellione “posturale” dei veglianti in piedi francesi

Veilleurs

Più poetici degli strimpellatori turchi, più cazzuti dei grillini, più impersonali di Anonymous, con le idee più chiare dei manifestanti brasiliani. Sono sul crinale dell’inattualità, per metà figli dello spirito del tempo e per metà contro di esso, i Veilleurs debout, le sentinelle di quel che resta della douce France. Letteralmente i “veglianti in piedi”, coloro che vigilano, che non dormono e che di conseguenza non hanno motivo di sedersi. E allora stanno lì, in piedi. Davanti ai tribunali, di fronte ai palazzi del potere, vicino alle carceri in cui sono rinchiusi i prigionieri politici che non avranno mai nessun soccorso rosso. I Veilleurs sono l’ultima evoluzione della “Manif pour tous”, la primavera che non vi hanno raccontato, l’oceanica rivolta della Francia contro la legge Taubira sui matrimoni gay, ma prima ancora la ribellione di tutta una storia, di tutto un popolo contro la sua distruzione programmata e, in parte, già attuata nell’inferno a cielo aperto delle banlieue. Al di là di tutto, probabilmente una delle più interessanti rivolte politiche degli ultimi anni anche solo da un punto di vista sociologico. I cortei sono stati allo stesso tempo più radicali e più posati di quanto ci si potesse aspettare. Le gallerie fotografiche, persino quelle riportate dai media antipatizzanti, mostrano una piazza priva di quegli aspetti folcloristico-beceri che sarebbe stato scontato attendersi. Niente personaggi improbabili, niente battute facili. E, accanto a questo, una notevole capacità di sano spontaneismo e di giusta conflittualità. Spiegare tutto ciò con la riemersione della “Francia dell’odio” (Barbara Spinelli) o della “Restaurazione francese” (Huffington Post) è totalmente miope. Intanto, mentre la destra istituzionale cercava di capirci qualcosa e la sinistra passava al contrattacco repressivo (persino il Consiglio europeo ha condannato il “ricorso eccessivo alla forza” della polizia di Hollande), il movimento cambiava già pelle. Per non essere mai là dove lo si attendeva. Nascevano così i Veilleurs. Una sorta di flash mob permanente, che vede ogni giorno, in tutta la Francia, migliaia di persone in piedi davanti ai simboli di uno stato giacobino, che sembra odiare la sua stessa gente di un odio sordo e strisciante. All’inizio gli aderenti erano una cinquantina, oggi sono circa cinquemila. Protestano contro la legge Taubira. Protestano contro l’arresto di Nicolas, il 23enne ritratto legato mani e piedi, sbattuto su una panca come la peggiore delle canaglie, condannato a quattro mesi di carcere per “ribellione e rifiuto di prelievo” da parte della polizia.

Manif pour tous

I veglianti hanno capito che la vera eversione, in quest’epoca di scuse, è pre-politica, è antropologica. Posturale, addirittura. Basta stare in piedi. “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”, diceva Camus. “Simbolicamente, preferisco la posizione eretta a quella seduta”, spiega uno dei volontari, associando “a questo gesto fisico una dimensione morale e spirituale”. I Veilleurs pregano, cantano, leggono, oppure semplicemente se ne stanno lì, immobili, ontologicamente minacciosi per la dittatura della viltà, più profonda e più radicata di ogni altra escrescenza istituzionale. La polizia reagisce come può, osservando, provocando, facendo le domande che solo i poliziotti, in qualunque parte del mondo, sanno fare. Ma, alla fine, devono arrendersi e anzi, per non fare la figura dei cretini, si ribellano pure. Martedì un sindacato di polizia ha protestato per la mobilitazione sproporzionata contro una manifestazione che, con tutta la cattiva volontà, è difficile non riconoscere come pacifica. “Un’intera compagnia di agenti mobilitata per sei presunti Veilleurs debout che avrebbero potuto turbare la quiete della Repubblica…”, ironizza il comunicato sindacale. Un’ironia forse fuori luogo perché la quiete della Repubblica è tutt’altro che al sicuro. I socialisti si agitano, eccome se si agitano. E’ una questione posturale, per l’appunto.

di Adriano Scianca

Diamo l’addio a Mamma Mattei

Scritto da Gabriele Adinolfi – Noreporter.org

 

Diamo l’ultimo addio a Mamma Mattei.

Una vita di dignità, di combattività, di dolore, di discrezione.
Da quando le avevano bruciati vivi i figli, Virgilio, un giovanotto, e Stefano, un bambino di neanche nove anni, che vita ha mai vissuto?
Il loro delitto imperdonabile: essere fascisti di famiglia operaia.
Imperdonabile! Così l’alta borghesia rossa s’incaricò di fare giustizia a nome della dittatura del proletariato: era o non era lotta di classe?
Non sappiamo né nessuno saprà mai cosa si può provare nell’uscire dalla casa in fiamme, salvando figlie e figlioletto e accorgersi che lì, aggrappati alle grate della finestra, due creature del tuo grembo stanno ardendo vive.
Si può solo diventare mistiche o pazze.

Oppure, con la forza di una fede incrollabile, con la tradizione secolare della donna-madre, si può continuare stoicamente a vivere e combattere per il resto della famiglia, sperando sempre in cuor proprio che sia fatta giustizia.
Non sappiamo se Mamma Mattei il giorno dei funerali dei suoi figli si sia accorta che un commando di giustizieri proletari lanciò molotov contro il corteo funebre. Probabilmente non se n’è accorta e forse non lo ha saputo mai.
Chi avrebbe mai potuto spiegare a Mamma Mattei un odio così cieco, insensato, forsennato, subumano?
Non lo avrebbe capito; come non avrà capito le cattiverie infami della famiglia Fo, da quella Franca Rame che solidarizzava con gli assassini, al giovane Jacopo che, insieme al comandante partigiano Lazagna, si era messo addirittura a scrivere un fumetto satirico che si faceva beffe dei suoi figlioli e di tutta la sua famiglia. Ineffabile prova di natura inferiore.
Non avrà neppure capito come e perché, per una strage così efferata, sia stata pronunciata una condanna ridicola: omicidio preterintenzionale; comminata però solo a partire dall’appello, in modo che l’unico assassino su cui la giustizia aveva messo le mani, Achille Lollo, potesse prima uscire dal carcere e riparare all’estero grazie al Soccorso Rosso.
Quarant’anni senza giustizia e sotto silenzio.

Quella strage – che in molti tra gli esseri inferiori hanno esaltato e di cui tuttora sono compiaciuti – dava troppo imbarazzo.
La sinistra dominante la silenziò sempre.
La destra, subalterna, complessata e incapace, non fece mai di meglio.
Al punto che il solo riconoscimento significativo sarebbe venuto dal sindaco Veltroni.
Per calcolo? Per interesse? Non lo sappiamo; sappiamo invece che Mamma Mattei dal suo mondo politico è stata trattata come una figurina Panini, messa in un album tra le tante vittime il cui ricordo, insieme con le Foibe, sarebbe stato l’unico atteggiamento identitario di gente che aveva fretta, tanta fretta, di abbandonare camicie, bandiere, ricordi e responsabilità.
Più che a lei l’attenzione da destra fu rivolta alla madre di Verbano; non sulla farsa tragica del processo di Primavalle si concentrò l’attenzione del sindaco ex-missino Alemanno, ma sul delitto Verbano.
“Va fatta giustizia” sosteneva il meno riuscito inquilino del Campidoglio. Già: altrove, ovviamente.
Ci sono sempre morti di serie A e di serie B e chi si batte mai per la serie minore?
Quarant’anni d’ingiustizia, di silenzi, di mancanza d’interesse, di empatia, di rispetto.
Solo quegli immancabili Presente! ogni anno sotto la finestra della tragedia.
Quanti di quei ragazzi, si sarà chiesta Mamma Mattei, sono lì perché sentono quello che accadde? Perché si sentono in comunione con Virgilio e con Stefano?
Per quanti, invece, si tratta di segnare il territorio, di sbandierare un macabro trofeo?
O forse non se lo sarà mai neppur domandato.

Anna Mattei ha vissuto un’interminabile tragedia greca, ma lo ha fatto da mamma italiana.
La mamma italiana è spesso la peggiore del mondo, perché è protettiva, invasiva e dissuasiva e a ben guardare ha rappresentato da sempre il peggior handicap del nostro popolo.
Quando però vive una tragedia greca, quando è chiamata a farsi spartana, allora davvero domina, come una domina. Con dignità, discrezione e in silenzio.
Mamma Mattei avrebbe sicuramente preferito non essere costretta a provare a se stessa che era una domina.
A noi però non resta che chinare il capo e renderle omaggio con partecipazione ma con quella necessaria lontananza che detta tanta grandezza.
Ora sarà fusa e confusa con i due figlioli.
A cui noi continueremo a tributare il Presente! augurandoci di non scadere in buffonata.
Ti sia leggero il cielo, Mamma Mattei!

Le verità scomode dei crimini partigiani

Pubblicato sul Giornale.it

Un interessante intervista a Giampaolo Pansa.

“A 10 anni dal “Sangue dei vinti” lotto ancora con le bugie rosse”

Il giornalista che per primo ha raccontato gli orrori della guerra civile ha scritto una nuova prefazione al suo “classico”. E ci racconta perché

Dieci anni fa un grosso sasso, quasi un meteorite, precipitò da grande altezza nel piccolo stagno della storiografia italiana. Uno stagno dove a gracidare erano, chi meglio chi peggio, più o meno sempre gli stessi, e da un bel po’.
A lanciarlo un «non professionista», in senso accademico, della Storia: il giornalista Giampaolo Pansa.

Con il suo Il sangue dei vinti (Sperling&Kupfer) riproponeva il tema delle uccisioni sommarie praticate dai partigiani durante la guerra civile, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. E non solo. Metteva per la prima volta in luce i virulenti strascichi di quello scontro. Le numerosissime esecuzioni sommarie proseguite sino al 1948. Soprattutto in quello che era conosciuto come il «Triangolo della morte» che aveva per vertici Castelfranco Emilia, Piumazzo e Mazzolino. E spesso a morire non erano solo i fascisti, ma chiunque venisse visto come d’ostacolo a una futura rivoluzione comunista.
Il libro, come è noto, fu subito aggredito dai “guardiani della memoria” partigiana. Spesso senza nemmeno una lettura sommaria, a prescindere. Oggi a dieci anni di distanza, seppure molto a fatica, la percezione sul tema è cambiata. Ecco perché a questa nuova edizione (Sperling&Kupfer, pagg. 382 euro 11,90) Giampaolo Pansa ha aggiunto una nuova prefazione in cui si leva qualche sassolino dalla scarpa: «“Arrendetevi siete circondati!”. Urla così Beppe Grillo… Il suo grido di battaglia mi sembra adatto a descrivere una situazione molto diversa. Anche gli avversari dei miei libri sulla guerra civile sono nei guai. Hanno scelto di farsi circondare da se stessi, rifiutando qualsiasi revisionismo sull’Italia tra in 1943 e il 1945. E dovrebbero arrendersi alla sconfitta». Ne abbiamo parlato con lui.

Ma a dieci anni dal Sangue dei vinti che sensazione ha provato a tornare su quelle pagine?
«Io ho scritto moltissimi libri e di norma non li rileggo mai dopo che ho licenziato le seconde bozze… Ho fatto così anche col Sangue dei vinti: l’ho tenuto lì come fosse il libro di un altro. Rileggendolo ora, quando l’editore mi ha chiesto di ripubblicarlo mi sono reso conto davvero di quanto sia gonfio di sangue, di esseri umani citati per nome e per cognome, di morti terribili. È per questo che ho accettato la ripubblicazione, penso possa avere un senso per i giovani, per chi aveva dieci anni quando è uscito la prima volta e ora ne ha venti… Credo possa raccontare molto anche a questa Italia di oggi cosa sia stato quel conflitto civile che è durato sino al ’48. Perché io sono convinto che la guerra intestina sia finita con il 18 aprile del 1948 quando De Gasperi, vincendo le elezioni, mise il Paese su un binario di tranquillità».

All’uscita il libro provocò il finimondo. Se lo aspettava?
«No, si fece molto più “rumore” di quanto all’epoca potessi prevedere. Forse in un certo senso perché il mio libro dimostrava che era errato il principio secondo cui la Storia la fanno soltanto i vincitori. Quella dei vincitori è una storia bugiarda. Solo che questo era inaccettabile per molti, e in parte è inaccettabile ancora oggi. C’era e c’è chi pensa che i fascisti avessero un solo dovere: quello di stare zitti, senza nemmeno poter ricordare i propri morti. Ma soprattutto non scrivere. Ma io non volevo una storia di parte, a me interessavano i fatti, raccontare che l’Italia rischiò di diventare l’Ungheria del Mediterraneo».

E Lei arrivava da sinistra…
«Sì, io non mi chiamavo Giorgio Pisanò. Io di Pisanò ho sempre avuto grandissima stima: è stato un pioniere in questi studi. Ma Giorgio veniva delegittimato perché veniva dal mondo del fascismo… era chiaramente un intellettuale di destra».

Alla fine Il sangue dei vinti è diventato un ciclo. Lei è rimasto a lungo in questo filone.
«Il ciclo è iniziato per essere precisi col libro precedente, I figli dell’Aquila, e poi è proseguito con altri titoli come Sconosciuto 1945, La grande bugia, I gendarmi della memoria. E se io sarò ricordato per qualcosa credo che lo sarò proprio per il ciclo del Sangue dei vinti. Me ne accorgo perché le persone mi fermano per ringraziarmi… Certo se vado in una zona dove dominano i centri sociali è l’opposto. Io dovuto smettere di andare a parlare in pubblico. Per fortuna i libri buoni si fanno strada da soli…».

Ecco, allora partendo dal tuo titolo parliamo anche dei “gendarmi della memoria”. Nell’introduzione cita Sergio Luzzatto, che con Lei era stato molto duro, e ora a causa del suo Partigia è finito sotto il tiro incrociato di altri “gendarmi”…
«Già quando presentai I figli dell’Aquila a Genova Luzzatto mi sottopose a un assalto verbale non indifferente… Ora lui ha scritto Partigia. Io l’ho letto e per me non racconta una storia diversa da molte altre… Certo per uno come lui significa rimangiarsi un atteggiamento che prima non ha mai voluto cambiare. Mi ha dato anche atto di aver scritto i miei libri con rispetto della verità… Ovviamente, però, appena si è messo fuori dal giro dei “gendarmi della memoria”, non gliel’hanno perdonata. Infatti cosa è accaduto? Sebbene in modo più soft di come fecero con me, gli sono andati tutti addosso. Ho letto le cose velenose scritte da Gad Lerner, che credo non abbia neppure aperto il saggio. Lo ha demolito senza pietà. Anche con Il sangue dei vinti iniziarono il fuoco di sbarramento sette-otto giorni prima di avere il libro a disposizione. Ne cito due per tutti: Giorgio Bocca e Sandro Curzi… Ma non è elegante far polemica con chi non c’è più. Qualcuno arrivò a dire che avevo scritto Il sangue dei vinti per compiacere Berlusconi che mi avrebbe poi ricompensato con la direzione del Corriere della Sera… Cose deliranti. Provocate da code di paglia chilometriche. Eppure i “gendarmi” sanno bene che queste cose sono accadute. Io ho ricevuto in dieci anni 20mila lettere che provano quei fatti».

Faccio l’avvocato del diavolo. Non hai mai pensato che le sue inchieste siano state sfruttate, a destra, anche politicamente?
«C’è una destra fatta di persone che hanno subìto per decenni il silenzio. Sono contentissimo di averli aiutati. Ma la destra politica non aveva molti mezzi culturali per sostenere queste battaglie. Già nella Prima Repubblica si diceva che la Dc pensava agli affari, mentre il Pci ai mezzi di propaganda culturale. Le cose non sono cambiate di molto. Io non sono mai stato invitato da Fabio Fazio, e sappiamo quanto questo possa contare per un libro. Ma in fondo questo è niente. Contiamo quante cattedre di Storia contemporanea sono affidate a docenti di sinistra… Ed è una materia fondamentale».

Quanti anni ci vorranno per arrivare a un giudizio equanime su questo periodo?
«Prima o poi succederà. La Storia è una talpa che scava, prima o poi esce fuori. La verità emergerà, ammesso che si abbia ancora interesse a cercarla».

Pagate i debiti cialtroni!

debiti

Taricone: CasaPound Italia, striscioni in tutta Italia per ricordare ‘O’ guerriero’

”Vola alto e fissa il sole. Pietro sempre con noi”. A tre anni dalla morte di Pietro Taricone, CasaPound Italia ricorda l’attore scomparso con striscioni affissi nella notte in una cinquantina di piccole e grandi città italiane 
firmati con la tartaruga frecciata e l’artiglio di Istinto rapace, il gruppo di paracadutismo sportivo che proprio Taricone aveva tenuto a battesimo nel 2010, pochi mesi prima dell’incidente di volo che gli è costato la vita.

”Mai soprannome fu più giusto di quello che si era conquistato Pietro – si legge in una nota di Cpi – ‘O’ guerriero’ lo chiamavano, e Pietro lo era. Un guerriero della vita che ha saputo affrontare le esperienze più diverse con lo stesso coraggio, lo stesso entusiasmo sfrontato e la stessa tenacia con cui CasaPound si pone di fronte a tutte le sfide. Pietro era uno di noi per attitudine esistenziale prima ancora che per scelta ed è la sua capacità di fare, la sua semplicità e la sua gioia di vivere che anche quest’anno vogliamo ricordare perché sia d’esempio a tutti coloro che temono la vita invece di dominarla con il sorriso del puro”.

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In morte di Emilio Colombo

Pubblicato su: Barbadillo.it

Il ritratto. Con Emilio Colombo se ne va l’interprete del Sud immobile e stagnante

La morte di Emilio Colombo non è semplicemente un accadimento naturale. La morte di un uomo che ha segnato così a lungo e profondamente la vita della Lucania è soprattutto, per noi che del dato umano siamo poco o nulla partecipi anche per ragioni anagrafiche, un fatto politico.

Ma una critica del settantennato del personaggio non può soffermarsi certo sulla maldicenza popolare, prodotto e contrappunto, forse persino naturale, di quella stessa collettiva adorazione che in tantissimi gli hanno tributato per decenni: Colombo delle promesse industriali, Colombo del mancato sviluppo, e così via fino al Colombo della repressione dei moti di Reggio, degli opachi retroscena giudiziari, e giù ancora fino al fondo del Colombo presunto vorace omosessuale, impenitente cocainomane, padre naturale di decine di bambini per grazia di compiacenti contadine, padre naturale perfino (anche questo si è detto…) del mattoide pluriomicida Danilo Restivo e chissà cos’altro. Questioni avvolte nella nebbia caratteristica del mito, storie, se si esclude la triste vicenda della cocaina, che puzzano di fantasia lontano un miglio.

Emilio Colombo, come restituito dai ricordi recenti, è una figura di grande spessore, autore e responsabile di una strategia politica le cui conseguenze tutti vediamo realizzate. Basta leggere i giornali “del giorno dopo”, per rendersi conto di quanto la classe dirigente lucana debba al suo padre fondatore: ogni firma di riguardo (quelle poche) si dà tutta al ricordo, al panegirico, alla lode sperticata. Hanno ragione di sentirsene orfani.

Emilio Colombo è stato la Basilicata fino a oggi. L’idea stessa che lo sviluppo non debba accompagnarsi all’emancipazione culturale, il famoso “modello Basilicata”, è tutta farina del suo sacco. Per decenni Colombo ha coltivato, volontariamente o meno forse nemmeno è importante, il Lucano medio come un modello di ossequiosa assuefazione al potere, allevando in parallelo una classe dirigente impermeabile a ogni confronto democratico, investita della sola funzione di comando delle masse: contributi a pioggia e ferreo controllo del territorio, paternalistica comprensione per tutti ma la parola a nessuno, fino a dividere i Lucani in due fazioni: coloro che ricevono i benefici della raccomandazione, dei contributi pubblici, della lottizzazione urbanistica, della tolleranza amministrativa, e quelli che emigrano. Se per rimpinguare le file dei primi c’è sempre una possibilità, e si sprecano i posti pubblici e privati gonfiati alla bisogna, per i secondi nessuno, neanche nel 2013, riesce a trovare ancora un posto.

Come in una grande competizione truccata, ancora oggi in Basilicata ogni iniziativa ed energia si schianta contro il muro delle regole non scritte: non affermare diritto ciò che può essere accordato come favore, non approcciare in maniera frontale una questione che può seguire una via obliqua. La Basilicata non ha mai avuto un piano industriale,pure più volte promesso, non ha mai avuto un’università in grado di innescare volani di sviluppo, pure più volte auspicati. Non l’agricoltura, che langue in distese sconfinate dove ancora oggi l’occhio non scorge la sagoma di un mulino o di un silos, può dare lavoro ai suoi figli; non il turismo, sbandierato in ogni occasione e perso nel labirinto dei divieti, della diffusa corruzione e delle grandi occasioni perse.

La Basilicata ha avuto per settant’anni solo soldi, soldi, una montagna di soldi elargiti a piene mani fino a deprimere il già debole spirito di concorrenza, il già depresso anelito all’emancipazione, all’affermazione del diritto, al progresso. Una montagna di soldi che si vantano, forse troppo, aver lasciato qualcosa di buono, ma che, soprattutto, hanno ucciso ogni moralità, se con questa bella parola indichiamo nel cittadino la volontà di lavorare, di migliorare la propria condizione e di definire un perimetro di libertà libero dai condizionamenti dei più forti. Niente più di questo abbiamo ricevuto noi Lucani onesti vivente Colombo: una montagna immane di denaro regalato a chiunque perché, proviamo a immaginare, non ponesse in pericolo, come in altre parti d’Italia, il predominio della politica sul cittadino.

Certo, forse va riconosciuta a Colombo la sincerità delle intenzioni, se consideriamo che fin dagli anni ’50, in Italia, faceva paura, a una certa élite politica, l’industria e l’autonomia dell’impresa, covo di germi socialisti e fascisti. Ma di questa “ragion di stato”, di questa epocale (fatale?) opzione storica che ha collocato la Basilicata nella pace sociale a costo della più brutta stagnazione economica, mentre in Lombardia fioriva il conflitto economico della concorrenza e il progresso del dibattito democratico, noi, che veniamo dopo Colombo e delle sue scelte dobbiamo subire gli effetti anche nostro malgrado, non possiamo che considerare responsabile l’uomo, al di là del dato umano e della sua dipartita.

Mentre nella vicina Puglia si macinano migliaia di tonnellate del nostro grano, incassando un valore aggiunto che nessuno in Basilicata, ancora nel 2013, sa come realizzare; mentre gli immobiliaristi pugliesi e campani, con i prestiti della crisi, riescono a realizzare oggi le strutture che i Lucani non seppero edificare con i miliardi della Cassa del Mezzogiorno; mentre le migliori menti e le migliori braccia si allontanano per trovare altrove la libertà (spesso, incredibilmente agevole) di fare impresa, politica, cultura, fortuna, ecco che centinaia di padri insegnano ancora ai figli a cercare una mano da baciare devoti, l’aiuto compassionevole del satrapo per la grazia di un posto di lavoro finto, la manna di un contributo pubblico per un rischio d’impresa che è un peccato voler affrontare da soli.

Ecco, semplicemente, di quella storica scelta, mentre vediamo l’ennesimo emigrante, noi dobbiamo considerare responsabile Emilio Colombo. Egli aveva la caratura politica per farci diventare migliori, ha avuto l’occasione storica (anche per ragioni legate alla grande espansione economica dei suoi anni) per farci sollevare dalle nostre paure primordiali con la pratica sacra del lavoro, della crescita, del dibattito; non lo ha fatto. Ha preferito la certezza dell’analfabetismo politico, che gli è valsa un’incontrastata devozione per settant’anni, all’incognita del progresso civile e culturale, che, come si sa, macina i rappresentanti politici come un mulino i chicchi di grano.

Di questo noi Lucani emigrati, ignorati, emarginati, inascoltati, lo dobbiamo ritenere responsabile. Dispiace molto, infine, che a ricordare il guardiano di una simile stagnazione iperconservatrice sia la sinistra lucana, i figli di coloro che volevano insegnare agli analfabeti a rivendicare dinanzi al re, i nipoti di coloro che con la “critica” volevano rivoluzionare ogni dominio dell’uomo sull’uomo, quelli che (vero?) invidiano ai tedeschi la clarità delle istituzioni.

Bisogna ancora molto dibattere sui problemi del cosiddetto Mezzogiorno, insieme destra e sinistra, per arrivarne finalmente a capo. La morte di Emilio Colombo è, spiace dirlo, un passaggio fondamentale per liberare le forze economiche e politiche che quel dibattito devono iniziare.